Volti del Karnataka: le mie sere tra i Lamani Tanda

Ritratto donna Lamani


Continua la mia avventura del servizio civile in India, alla scoperta del Karnataka e dei suoi abitanti.

Tra le varie comunità presenti a Mundgod ci sono i Lamani, un gruppo tribale un tempo nomade originario del nord dell’India.

Sono stata catturata dal fascino di queste persone, con cui ho condiviso tantissimi momenti, durante i quali ho avuto occasione di conoscere meglio la loro cultura e le loro tradizioni.

Ho quindi trovato una grande famiglia, con la quale ho trascorso molte serate davanti alle piccole dimore lamani, su una strada polversa e sotto una cupola di stelle.


Durante le mie passeggiate serali con Claudia a Mundgod, mi è spesso capitato di fermarmi presso le abitazioni di un gruppo di persone con cui ho stretto un bellissimo legame: i Lamani.

Sono uomini, donne, bambini e bambine che si distinguono facilmente dal resto della popolazione per diversi motivi.

Hanno visi duri, la pelle bronzea, dei lineamenti profondamente diversi da quelli del Karnataka. Le donne hanno piercing e diversi tatuaggi, concentrati sulle braccia e sui bordi del volto: ai lati degli occhi, sul mento.

Queste indossano corpetti e abiti coloratissimi, su cui sono cuciti specchietti e fantasie floreali, mentre le gonne, lunghe e leggere, accarezzano le gambe e si muovono al ritmo del vento.

Le donne più anziane portano monili di acciaio o argento sulle braccia, sulle caviglie, e particolari accessori che acconciano i capelli grigi e radi.

Donna Lamani in abito tradizionale sulla porta di casa

I Lamani, conosciuti anche con il nome di Lambani o Banjara, sono un gruppo tribale che si trova in diversi stati dell’India, soprattutto in Rajasthan, Gujarat, Maharasthra e Karnataka.

Si dice che anticamente fossero commercianti nomadi, originari del Rajasthan. Molto probabilmente, con l’arrivo dei guerrieri musulmani nel corso dell’Undicesimo secolo, si spostarono verso il sud dell’India, andandosi a stanziare in diverse località, prevalentemente in zone rurali.

I Lamani commerciavano diversi beni, tra cui cereali e sale, in sanscrito “lavan”, parola che molto probabilmente originò il loro nome.

Oltre a ciò, diversi studiosi sostengono che furono proprio i Lamani a intreprendere quel lungo viaggio verso ovest che nel corso dei secoli li avrebbe portati a raggiungere il cuore dell’Europa, dove, mescolandosi con le popolazioni locali, divennero quelli che oggi sono conosciuti come Rom o Sinti.

L’attività dei Lamani venne fieramente ostacolata dagli Inglesi in epoca coloniale, quando la creazione delle ferrovie sostituì il loro ruolo nel commercio.

Con il Criminal Tribes Act del 1871, i Lamani vennero criminalizzati e messi in stretta sorveglianza, in seguito alle frequenti scorrerie che la tribù effettuava per boicottare il commercio che aveva distrutto le loro vite. Questo stigma sociale continuò fino al 1952, quando una nuova India, fresca di indipendenza, abolì l’atto.

Oggi i Lamani si trovano in tantissime zone dell’India. Si sono stanziati soprattutto nei villaggi, nelle zone rurali,   in abitazioni vicine, conosciute con il nome di Tanda.

I Lamani sono un gruppo tribale, un popolo fiero e orgoglioso, che da secoli tramanda le proprie usanze, i propri costumi e le proprie credenze religiose.

Sono di religione induista, e nelle loro case sono presenti tantissimi quadri e immagini dei diversi dei, tra i quali soprattutto Ganesh, Shiva e Hanuman.

Donna Lamani con nipote

Le abitazioni dei Lamani di Mundgod di affacciano sulla via che porta al convento, sulla quale le piccole case si aprono in verande colorate, dove la sera le persone si ritrovano.

Le famiglie, qua, sono circa quattrocento. Suoceri, mamme, papà, nonni, cognate, cognati, nipoti: la vicinanza delle case rispecchia complessi intrecci di rapporti di parentela.

Di sera, i vecchi e i bambini si siedono insieme a bere un chai, a parlare o a guardare le serie televisive in kannada. Le donne siedono sulla strada, e preparano la cena, pulendo piccoli pesciolini che arricchiscono la loro dieta non vegetariana.

Nelle sere di gennaio, dopo una passeggiata, mi attardo sempre più spesso sotto un tetto di stelle, seduta sul piccolo spiazzo dinnanzi a casa loro, intrattenendomi ogni volta con qualcuno di diverso, in lunghe chiacchierate.

Non parliamo la stessa lingua, ma il loro dialetto, il lamani, una lingua indo-aria, è simile alla hindi, e questo mi permette di comprenderli abbastanza facilmente.

Forse, tra tutta la gente che ho conosciuto in questi mesi a Mundgod, i Lamani sono quelli che hanno arricchito di più le mie giornate, il mio vivere qui.

Sono avvolti da un alone di diversità, dal momento che affondano le loro radici in terre lontane, mentre la loro lingua esprime un simbolismo di suoni e di immagini misterioso.

Sebbene la comunicazione non sia stata sempre facile, lo scambio di sguardi, di sorrisi e di silenzi mi ha donato un senso di comprensione e di grande vicinanza.

Pianta sacra all'angolo della casa lamani

Una sera, una delle donne anziane seduta sulla strada mi chiama a sedere accanto a lei. In silenzio, davanti a una candela, guardiamo le stelle, e le spiego che da piccola mia nonna mi faceva notare come la bellezza del cielo fosse qualcosa di ineguagliabile.

La donna lamani mi osserva senza parlare per qualche istante, e poi schiude le labbra, secche, sottili, e mi ringrazia. Nessuno, mi dice, si è mai seduto qui vicino a me come te, parlandomi in questo modo, dicendo “le parole del cuore”.

In quella strada, quella sera, ho sentito che, nonostante io e quella donne fossimo cresciute in due mondi completamente diffrenti, in fondo non fossimo poi cosi diverse.

Come esseri umani, ci capiamo al di là delle parole, al di là della cultura a cui apparteniamo, perché dentro di noi abbiamo tutti gli stessi desideri. Siamo alla ricerca di qualcosa che ci faccia sentire compresi e amati.

Ed è stato in quelle condivisioni, in quei sorrisi, in quei silenzi, che ho trovato una nuova, inaspettata, grande famiglia.

Leggi anche:I Rabari, gli abitanti nomadi del deserto del Kutch


Immagini dell’autrice

Fonte utilizzata: Trattato “Ethnography of Denotified Tribe: The Laman Banjara” di J. J. Roy Burman

Sopravvivere al diventare grande

india diventare grande


Partita per l’India per seguire il marito, Michela ci racconta con il suo stile ironico e pungente come l’India l’abbia fatta “diventare grande”.

Michela Zorzi, in India (a Pune) dal 2013, è appassionata di yoga, lavora come volontaria in un orfanotrofio, scrive in un blog in cui parla delle sue disavventure indiane, dello shock culturale e di come sopravvivere in questo Paese.

L’articolo originale è tratto dal suo blog Sopravvivere in India ed è disponibile a questo indirizzo.


Sono diventata grande in India, anche per questo un po’ la odiavo all’inizio, nella mia eterna adolescenza stavo bene.

Mi piaceva pensare che la vita fosse un eterno Meraviglioso mondo di Amèlie e l’attivismo si riducesse all’aver visto i film di Muccino, quello grande.

Diventare grande è sempre stata una fatica a cui avrei preferito rinunciare, poi sono arrivata in India, la prima cosa che ho visto sono state una cinquantina di persone che cagavano assieme. Direi che questo basta per fermare l’età dell’innocenza.

Sono diventata grande e avevo la stessa taglia di vestiti, la stessa faccia, gli stessi libri, eppure non mi piaceva più niente.

Mi sembrava di avere sempre la sensazione che ho provato quando ho riguardato dopo anni Santa Maradona, “davvero mi piaceva questa cagata? Davvero?”. Mi mancava la terra sotto i piedi.

Non potevo neanche mascherarmi dietro alla tipica disillusione hippie perché a me gli hippie non sono mai piaciuti, non mi convincevano i ricchi degli anni Sesanta, quelli che hanno lasciato gli ideali per diventare non si sa cosa.

Ho sempre preferito donne come le mie nonne, una maschilista e l’altra femminista, una che non lasciava mai casa sua e una che ha vissuto il periodo più bello della sua vita in Svizzera, a farsi i cazzi sui, come direbbe lei.

Arrivo in India e mi imbatto nella puzza, nelle mucche, gli occidentali freak, gli uomini che contano di più delle donne e mio marito che non ha tempo per consolare la mia crisi adolescenziale.

Un inferno per un’egocentrica, paranoica, insicura come me. La odiavo. Odiavo tutto di questo paese, odiavo persino le cose che prima mi piacevano.

Schifo e merda diventarono le mie parole preferite, come i bambini dell’asilo, regredire è sempre la soluzione più semplice ai problemi!

L’India naturalmente non ascolta le tue lagne e come il bambino che odiavi alle elementari spinge le situazioni al limite.

Un manager che finge gentilezza solo quando c’è tuo marito, uno spazzino che con nonchalance si infila in ascensore e ti tocca una tetta, le vecchie che ti aspettano per strada per deriderti e una miriade di bambini che ti urlano cose incomprensibili in faccia.

Era bello quando ero piccola, zero responsabilità, grandi razzismi ed enormi perplessità sulla veridicità della Bibbia. Dubbi che la suora risolveva con urla e minacce di deportazioni all’inferno. Era comunque tutto più semplice dell’India.

Ho odiato così tanto questo paese fino al punto di consumarmi, poi ad un certo punto, in uno slancio di lassismo ho mollato la presa, ho deciso di mandare a fanculo tutto.

Decisi di mollare la pelle di adolescente e vedere cosa si provava a non avere nessuna certezza. Mi sono lasciata andare, perché alla fine avere il controllo di tutto è solo un illusione e l’India te lo sbatte in faccia da subito.

Sono diventata grande dicevo, all’inizio non me ne sono neanche accorta, poi un giorno senza sapere perché mi sono resa conto di essere felice del mio non autocontrollo, della mia vita.

Ci sarei potuta arrivare prima, la felicità è una cosa semplice ma l’infelicita è una cosa semplicissima, costruita dalle mie paranoie, dal mio desiderio di controllare tutto e, soprattutto, dall’incapacità di ammettere che stavo male.

E io stavo male davvero.

Quel male che ti prende a volte, quando cammini, quando cucini, quando ti fermi per un secondo.

Quel panico che sai essere lì, quello che aspetta solo te, e ti fermi in mezzo ad una stanza e non sai come fermare l’attacco di pianto.

Quella tristezza che ti prende sempre e che non sai spiegare, perché alla fine sei fortunata, sei in salute ma non riesci a stare bene. Ecco, adesso riconosco che stavo male.

Purtroppo mi ha curato l’India, purtroppo perché l’India lo fa a modo suo, un modo brutale.

L’India prende a sberle in faccia la ragazzina viziata che eri e ti strappa un po’ di cuore, pezzi che purtroppo non torneranno più a posto.

Se avessi chiesto aiuto prima, se mi fossi fatta aiutare, se qualcuno avesse capito che, sì ero fortunata ma ero anche tanto infelice, forse adesso non avrei sempre il sospetto che quel attacco possa tornare.

Dall’altra parte sono contenta che sia stata l’India a svegliarmi, forse quel pezzo di cuore andava rimosso, per dimostrarmi che alla fine ho la forza di alzarmi, se solo mi impegno a farlo.

L’India mi ha tolto tanto, purtroppo l’India è così, prima di dare si prende. 

Con questo voglio dire a tutte le donne che si trovano in un momento di debolezza che chiedere aiuto non è mai una sconfitta, anzi.

Tantissime donne, che si ritrovano sole, all’estero, ad affrontare una cultura completamente diversa dalla loro, si isolano e, decidendo di non chiedere aiuto, vanno incontro a gravi malattie o a gravi dipendenze.

Non abbiate mai paura di chiedere aiuto.

C’è ancora un’insensata vergogna nel parlare di fragilità e salute mentale, quindi non nascondetevi, non aspettate ma fatevi aiutare, e soprattutto parlatene.

Lo so che è difficile, ma la vostra storia potrebbe essere d’aiuto a qualcuno che come voi sta affrontando un momento di grande difficoltà.

Alla fine, diventare grandi o essere grandi non è mai così semplice come lo immaginavamo da piccoli!

Leggi anche: Mamma India, un viaggio dentro me stessa


 Foto tratta da www.doppiozero.com


Volti del Karnataka – Bikini, bramini e mucche: la moderna sacralità di Gokarna

Tramonto su Kudle Beach

 

Continua la mia avventura del servizio civile in India, alla scoperta del Karnataka e dei suoi abitanti.

Questa volta trascrivo le sensazioni che ho provato passando un pochi giorni sulla costa occidentale, in una famosa località turistica, Gokarna.

Gokarna ospita spiagge in continua trasformazione, un palcoscenico sul mare sul quale camminano un viavai di turisti, mucche e ondate di pellegrini  intenti a omaggiare questi luoghi sacri.


Siamo in pieno dicembre, la spiaggia è bollente. Il cielo è limpido, ma c’è sempre una leggera foschia all’orizzonte che sfuma e trascolora i contorni delle cose, facendoli scomparire in lontananza.

L’ombra si ingrandisce sotto i raggi del sole che si abbassano sempre di più, inclinandosi obliquamente, coprendo la superficie della sabbia.

Sono a Gokarna, in una spiaggia incastrata tra i promontori rocciosi, circondata da palme e sfiorata da sussurri del vento.

Tra il Tropico del Cancro e l’Equatore, sulle coste dell’India del Sud, affacciata sul Mar d’Arabia, si trova una piccola località marittima, da decenni meta di pellegrini e dal qualche decennio di turisti stranieri.

Gokarna, letteralmente “orecchio della mucca”, è considerato un luogo sacro da tanti induisti che giungono sulle sue coste per compiere gli ultimi rituali, offrire puje con l’aiuto di tanti bramini che popolano la cittadina.

E’ qui che, a dicembre inoltrato, io e Claudia decidiamo di spostarci nel weekend per sfuggire all’aria pesante e polverosa di Mundgod. Con stupore, servono davvero pochi chilometri per vedere un paesaggio ben diverso da quello conosciuto.

Avvicinandosi a Gokarna, un intenso odore di pesce penetra attraverso le fessure del bus. Attraversiamo saline e bananeti, un numero infinito di mercati dove le donne passeggiano avvolte da vestiti legati intorno al collo da cui pendono tante collane di perle e conchiglie.

Devo aspettare il tardo pomeriggio per gustarmi un po’ di quiete. Gruppi di amici e colonie di studenti indiani pian piano abbandonano la spiaggia, mentre i turisti stranieri si moltiplicano, disseminando il lungomare di mercatini dove ciascuno offre “la propria arte”: massaggi, lettura della mano, braccialetti e cianfrusaglie varie.

Ma Gokarna, nonostante il turismo incalzante, è capace ancora di lasciarti qualche momento di tranquillità. Il turismo negli ultimi decenni ha portato ondate di persone, straniere come indiane, e con loro sono nati un po’ ovunque Om Cafè con meditazione disponibile, ristoranti con menù felafel, pasta e greek salads, centri yoga e massaggi ayurvedici.

Nonostante tutto, a Gokarna puoi ancora avere l’illusione di trovarti in India, a differenza di tante altre spiagge in località vicine.

Salendo un po’ più in alto, sulla collina che circonda la spiaggia, puoi ancora trovare una piccola traccia di un mondo che sta rapidamente scomparendo.

Si vedono, infatti, numerose donne e uomini che scendono lungo i pendii con canestri e fasci di rami e ramoscelli, quasi guardando con scetticismo questi nuovi invasori che hanno cambiato radicalmente casa loro.

Lavoratori che scendono trasportando rami dai pendii

Sono i nativi del posto, che lavorano, in un luogo in cui il business del turismo ha portato resort, alberghi e ristoranti, tagliando foreste di palme e alberi da cocco.

Lungo la spiaggia marciano sotto il sole anche alcuni venditori di collane, conchiglie e teli. Si tratta di alcuni gruppi di donne e uomini, bambine e ragazzini i cui antenati vengono dal Gujarat.

Parlano infatti il gujarati, una lingua non troppo distante dalla a me familiare hindi, rendendo così la nostra conversazione possibile.

Il fato vuole che vengano attratti dal mio ukulele, e alla fine si finisce per suonare una compilation di Bollywood songs! Contornati da turisti di tutto il mondo, formiamo un piccolo cerchio, e per un’ora proviamo a capirci attraverso un po’ di musica e qualche parola.

E’ incredibile vedere ancora una volta come in India la società si muova e cambi seguendo ordini castali e etnici. Mi dicono orgogliosi di appartenere al clan dei Rajput. I tratti, in effetti, sono molto diversi da quelli locali, e mi stupisce incredibilmente pensare a come possano essere finiti lì, su quelle spiagge così lontane.

Ragazze gujarati che vendono biogiotteria e borse sulla spiaggia

Si sono fatte le cinque, il sole si abbassa velocemente. Ormai sono sola in acqua, e davanti a me il sole, il mare, sono muti.

Mi sdraio, supina, e galleggio sull’acqua. Le orecchie coperte catturano solo suoni ovattati e sordi. Le mie gambe si distendono, le braccia si aprono. Il mare su cui il mio corpo ondeggia diventa lo specchio del cielo. Sopra di me un uccello grandissimo plana, e io, dal basso, rispondo.

Il falco galleggia nel cielo, parallelamente a me, sul mare, mentre io plano, trasportata dalle onde. Mi sento spinta dallo stesso identico suo moto. L’aria e la brezza mi guidano nel cielo, e il falco, sopra di me, plana, quasi trasportato dalle onde del mare. Io là, in alto, e lui qua in basso.

Il sole tramonta su Gokarna, sul suo mare, portandosi via la quiete della sera, mentre la notte irrompe con canzoni presumibilmente reggie di qualche locale new age appollaiato sulla spiaggia, forse, un tempo, un po’ più indiana.

Leggi anche: Volti del Karnataka – Una prima comunione tra i Siddhi di Ugginkeri


Immagini dell’autrice

 

Ritorno in India – Parte dodicesima: la mia vita a Guwahati

vita guwahati


“La casa dove abito a Guwahati è una piccola comunità. Pensavo di essere uno che vive con molta semplicità, anche se privilegiato nei confronti di quelli che mi abitano intorno”.

Il dottor Sunil Deepak è un medico di origine indiana che ha vissuto e lavorato in Italia per 30 anni. Ha diretto il reparto di assistenza medica e scientifica di AIFO (Amici di Raoul Follereau, un’organizzazione non governativa con sede a Bologna). 

Nel 2014 decide di tornare nel suo paese di origine con l’idea di mettersi a disposizione come medico dove ci sia più bisogno. Ha raccontato la sua esperienza sul suo blog Arawaghi, e questa è la dodicesima puntata della sua avventura.

Articolo originale tratto dal blog Awaraghi e disponibile a questo indirizzo.


Sono rimasto un po’ sorpreso quando ho capito che molti mi vedono come un oggetto di pietà, il “povero vecchio eccentrico che vive da solo come un fantasma!”.

La mia casa ha 3 stanze, tutte in una fila – l’entrata, che è la stanza con il divano e il tavolo da pranzo; la stanza di mezzo che è la mia camera e che ha un bagno-toilette; e l’ultima stanza dove ho l’angolo cottura e lo stendibiancheria. In fondo alla terza stanza ho un secondo bagno.

Un mio vicino mi ha spiegato come mi vedono le altre famiglie che vivono nelle case dietro la mia, nel mio stesso cortile. C’è una grande comunità di persone che vive in questo cortile.

Circa 30 metri dietro la mia casa passa il fiume Bharalu. Più che un fiume, sembra un canale che porta via l’acqua di scarico delle case. Questo terreno fino al fiume appartiene alla famiglia del mio padrone di casa da diverse generazioni.

Fino a 10 anni fa, i padroni avevano una casa vicino al fiume e avevano delle capanne di paglia tra la casa e il fiume per i loro servitori. Davanti alla casa avevano un po’ di terreno.

Poi hanno costruito una nuova casa di 3 piani sul terreno davanti alla vecchia casa.

Così, ora vi sono tre file di costruzioni in questo cortile.

La prima fila vicino alla stradina ha una casa di 3 piani, dove occupo una parte del pian terreno e nelle 3 stanze abito da solo. L’altra parte del pian terreno con altre 3 stanze è occupata da una coppia con le loro 2 figlie adolescenti. Al primo piano vive la mia padrona di casa con il figlio maggiore, sua moglie, suo figlio e 3 cani. Al secondo piano, c’è una camera sola dove vive il figlio più giovane che sta per sposarsi.

La seconda fila, dietro di noi, ha la vecchia casa di un piano, dove una volta abitava la famiglia dei padroni. Questa casa con 4 stanze e una cucina, è suddivisa in 2 parti e in ciascuna parte vive una famiglia con i figli. Accanto alla vecchia casa, vi è una fila parallela di 5 piccole stanze: dentro ogni stanza vive una famiglia con i figli.

La terza fila di case è vicina al fiume, dove una volta c’era la vecchia casa di paglia per i servitori. Questa casa, ora con il tetto di lamiera, ha una stanza grande suddivisa in 3 parti, e qui vivono 3 famiglie con i bambini. (Nell’immagine qui sotto si vede la casa con il tetto di lamiera della terza fila e dietro, si vede una piccola parte della casa di un piano della seconda fila).

lavoro a Guwahati - Sunil Deepak

Nel mio cortile vivono così 13 famiglie per un totale di circa 35 persone, compresi molti bambini. Intere famiglie vivono dentro una sola stanza che serve come cucina di giorno e camera da letto di notte. Per fare la doccia, queste famiglie hanno alcuni bagni comuni senza acqua corrente. C’è un pozzo nella parte davanti del cortile, da dove  possono attingere l’acqua.

E le persone che vivono in queste stanze mi compatiscono perché “sono un povero vecchio che vive da solo come una fantasma!”.

Per capire perché mi compatiscono devi crescere e vivere in mezzo a una famiglia numerosa, anche se povera.

Essere circondati da altri esseri può essere frustrante perché non hai privacy, non hai il bagno libero quando ti occorre, qualcun altro ha preso la tua camicia o ha stropicciato il tuo vestito che avevi stirato con cura.

Ma essere circondati da altri esseri, ti dà molto calore umano. Hai persone con le quali condividi tutto e questo ti dà un grande senso di sicurezza e tranquillità.

Crescere in questo mondo stretto vuol dire imparare sin da piccoli i principi del compromesso e dell’ aiuto reciproco. Impari ad essere un’entità collettiva, dove l’individualismo non è una virtù.

Se sei cresciuto in collettività, vivere in uno spazio grande e senza essere circondati dal calore umano degli altri è un po’ freddo e triste. Per questo loro mi compatiscono.

La città sta cambiando ma le tradizioni sono ancora molto radicate. Ero andato ad una festa tradizionale che si celebra all’inizio della stagione delle piogge. Era bello vedere i gruppi di persone danzare e cantare insieme. Un momento particolare della festa è stata la consegna di riconoscimenti alle persone anziane “perché hanno dato molto alla società”.

Era bello vedere persone di diverse religioni, tutti con i vestiti tradizionali a danzare insieme.

Così gli anziani – insegnanti, medici e operai in pensione da decenni, ottantenni e novantenni, hanno ricevuto un cappello e una coppa con un certificato di merito della loro comunità.

lavoro a Guwahati - Sunil Deepak

Vorrei poter dire che sono ben integrato nella mia nuova comunità di adozione qui a Guwahati, ma non sarebbe vero. Non parlo ancora la loro lingua e questo è un grande ostacolo. Comunque mi invitano sempre e sono molto gentili.

Non è sempre piacevole la sensazione di sentirsi un estraneo, uno che non appartiene.

Qualche volta è piacevole guardare il mondo con gli occhi dell’altro. Gli occhi che vedono tutto nuovo, tutto diverso, tutto esotico. Gli occhi che vedono il perché degli stereotipi, che vedono le contraddizioni del nostro quotidiano.

Ma delle volte, vorrei non essere l’altro. Vorrei essere qualcuno certo della sua identità. Mi rendo conto che è stupido pensare così, perché non si può tornare indietro.

Ma tutti noi abbiamo diritto di sognare e volere cose che non possono esserci.


Tutte le immagini sono tratte dall’articolo originale.


Bangalore, la città dei fagioli e della tecnologia

 

Da città dei fagioli a metropoli della tecnologia: la Città Giardino dell’India è tornata a chiamarsi col nome autoctono, Bengaluru.

L’autrice dell’articolo è Alessandra Loffredo, fondatrice del portale online Guida India, inesauribile fonte di curiosità e informazioni su storia, arte, architettura, letteratura, musica, cinema e grandi personalità legate all’India.

Articolo originale tratto da Guida India e disponibile a questo indirizzo.


Secondo la leggenda, il nome Bangalore deriva da Bele benda kalu uru, Il luogo dei fagioli bolliti, appelativo dato alla zona dal re Veera Ballala II della dinastia degli Hoysala (1000 – 1346 d.C.) in ricordo dei fagioli bolliti donatigli da una poverissima anziana che l’aveva sfamato con quel poco che aveva, dopo che il sovrano si era smarrito nella foresta che un tempo ricopriva l’area, durante una partita di caccia.

Un’altra versione invece fa derivare il nome da Gandu Bhoomi, il Luogo degli eroi, appellativo che il principe Kempe Gownda I, signore feudale legato alla dinastia Vijayanagar, diede alla zona dopo aver visto, sempre durante la caccia, una lepre attaccare spavaldamente un suo segugio.

Fondò qui una cittadella fortificata nel 1537 i quartieri della quale, Balepet, Cottonpet e Chickpet, sono oggi le principali aree dove si concentra il commercio all’ingrosso della città.

Secondo la tradizione, fu sempre questo principe a fondare un tempio tra i più amati della città e dello Stato, il Dodda Basavanna, o tempio del Grande Toro, nel quale un gigantesco ed inghirlandato toro Nandi, veicolo celestiale di Shiva, è scolpito in un monolito di granito che i locali asseriscono essere notevolmente cresciuto nel tempo.

Posta a 920 metri sul livello del mare e nel cuore del Plateau di Mysore, Bangalore gode di un clima privilegiato.

La città è tagliata in quattro da due strade perpendicolari al cui incrocio si apre la grande piazza, e suddivisa in Pete, quartieri.

Il successore del fondatore, Gownda II, dotò le mura di 4 torri e del tempio Dodda Ganapati, dedicato al dio dalla testa d’elefante, ancora ben conservato e visitatissimo dai devoti. Per tre secoli la storia di Bangalore si sviluppò all’ombra della vicina Mysore e della sua dinastia, i Wodeyars, ai quali l’imperatore moghul Aurangzeb vendette la città dopo averla conquistata.

Leggi anche: 6 cose da vedere a Mysore

Nel 1761 i sultani musulmani Haider Alì e su figlioTipu Sultan se ne impossessano militarmente: il notevole palazzo ligneo costruito da Tipu Sultan è uno dei monumenti storici di Bangalore e durante quest’epoca la città fiorì notevolmente.

Ma l’anno di svolta è il 1799, quando gli Inglesi intervengono per porre fine alla potenza commerciale ed espansionistica di Tipu e si impadroniscono del regno di Mysore, spostando qui la loro sede amministrativa regionale pur affidandone il governo – in una sorta di protettorato – nuovamente ai Wodeyars.

Questi si distinsero nell’imprimere a Bangalore il suo innegabile e persistente carattere elegante e arioso e l’influenza della dominazione inglese fece il resto.

Venne costruito persino un grandioso palazzo sul modello del castello di Windsor in seguito acquistato dai Wodeyars che ancora lo possiedono. Nel 1881 una nuova linea ferroviaria e il telegrafo collegarono Madras, oggi Chennai, a Bangalore, che nel 1905 vide anche la prima lampadina elettrica dell’India brillare nel suo mercato principale.

Bangalore divenne in seguito conosciuta come la Città giardino dell’India, grazie al centralissimo Cubbon Park, al grande e magnifico orto botanico Lal Bagh, le cui origini risalgono al settecentesco sultano Haider Alì, con le sue serre vittoriane e il lago artificiale e come città monumentale, grazie ad imponenti edifici di ispirazione classica – se si eccettua la tinteggiatura pop imperante in città – come quello della Corte Suprema o Attara Kacheri, alle molte chiese e all’edificio del Mercato Russel, oltre a vari ospedali d’epoca, che nell’insieme ne fanno una città di impronta nettamente britannica.

Con la dichiarazione di indipendenza dell’ India nel 1947, la città venne considerata parte della regione di Mysore, creando nuove opportunità di lavoro nel campo dell’amministrazione e della formazione per i Kannadiga, le persone che parlano la lingua locale, il Kannada appunto, e generando un conseguente forte fenomeno di immigrazione dal Karnataka del Nord e dal distretto collinoso meridionale di Kodagu.

Nel 1956 venne creato lo Stato di Mysore, con capitale Bangalore e si inaugurò la Vidhana Soudha, granitica sede dell’Assemblea legislativa in stile neo-dravidico che diventerà simbolo dell’unione di tutta la gente di lingua kannada.

Nel 1961 la popolazione raggiunge 1.200.000 abitanti e l’industria è in grande sviluppo. Nel 1973 lo Stato di Mysore viene ribattezzato Karnataka e tra gli anni Ottanta e i Novanta il boom del mercato immobiliare trasforma l’andamento orizzontale dello skyline della città e vede il proliferare degli edifici alti.

Alla fine degli anni Novanta la riconosciuta abilità degli ingegneri indiani e l’espansione dell’informatica e dell’industria del software attirano forti capitali e importanti aziende internazionali: è l’inizio della fortuna della città come Silicon Valley indiana.

Oggi Bangalore ha una popolazione di circa 6 milioni di abitanti ed è una capitale a tutto tondo: qui hanno sede l’industria dei films in lingua kannada, le università – tra le altre alcune tra le dieci migliori scuole del Paese – e centri di ricerca di primaria importanza internazionale così come modernissimi Mall, centri commerciali: particolarmente fornita la Commercial Road e la MG Road, dove acquistare qualunque mercanzia prodotta in India e nel mondo intero. E per rituffarsi nella Vera India, basta un salto al City Market.


Immagini tratte dall’articolo originale

Quegli angoli del Gujarat che non ti aspetti

gujarat

 

Articolo in 2 minuti – Lo Stato indiano del Gujarat non è particolarmente conosciuto come meta turistica. 

Proprio per questo è un luogo ideale per chi ama il piacere della scoperta e del viaggiare senza precise aspettative. 

In particolare ci sono tre luoghi poco conosciuti che sanno regalare emozioni e stupore.

Mandvi è una piccola località punteggiata da splendidi edifici d’epoca color pastello e famosa per il suo cantiere navale.

Junagadh è una cittadina un po’ fatiscente ma di incredibile fascino grazie al suo centro storico, a un suggestivo forte in rovina e a due meravigliosi mausolei.

Diu invece è un’isola che un tempo fu colonia portoghese. Oggi è un mondo a parte, che vale la pena visitare per la città vecchia, per le sue coste frastagliate e per i coloratissimi villaggi di pescatori. 

Articolo tratto dal blog dell’autrice I Sentieri del Mondo e disponibile a questo indirizzo.


 

Per approfondire – A volte, avere troppe informazioni prima della partenza di un viaggio può essere controproducente; preferisco che il luogo mi stupisca e mi sorprenda con cose di cui non ho mai sentito parlare né mai visto una foto.

Lo stato del Gujarat ben si presta a questo: se ne sente infatti parlare ben poco e a meno a che non ci si informi di proposito, è raro sentirne parlare.

Seguendo questa filosofia dello “scoprire strada facendo”, sono almeno tre i luoghi che in Gujarat mi hanno sorpreso e stupito: Mandvi, Junagadh e Diu Island.

 

MANDVI

 

Mandvi è facilmente raggiungibile partendo  dalla città di Bhuj. Dalla stazione degli autobus prendete la prima corriera in partenza: la distanza tra le due località è di 59 km, il costo di 35 rupie e il tempo di percorrenza di circa un’ora e mezza.

Mandvi

Situata nella regione del Kutch ma affacciata sul Mare Arabico, Mandvi è una piccola località punteggiata da splendidi edifici d’epoca color pastello e famosa ancora oggi in diversi paesi del mondo per il suo rinomato cantiere navale.

Imbarcazioni di legno che possono superare i 20 metri di lunghezza vengono qui costruite da oltre 400 anni grazie alla tecnica non comune di centinaia di operai e maestri d’ascia che utilizzano un robusto legname (teak o iroko) proveniente dalla Malesia.

Mandvi

Fondata nel 1574 come un importante città portuale – la più importante prima dell’ascesa di Mumbai – Mandvi, nel corso della storia, superò in ricchezza la città di Bhuj costituendo un importante punto di transito soprattutto lungo le rotte vie mare.

Qui le imbarcazioni arrivavano dall’Africa, dal Golfo Persico, dalla Costa del Malabar (odierno Kerala) e anche dal Sud-Est Asiatico. Ancora oggi diversi paesi si servono del cantiere navale di Mandvi per le loro flotte di pescherecci.

Mandvi

A pochi chilometri da Mandvi, con una breve corsa in tuk tuk potrete raggiungere il Vijay Vilas Palace, la residenza estiva dei regnanti del Kutch datata 1929, oggi utilizzata  come set cinematografico.

Mandvi - Vijay Vilas Palace

Circondata da un immenso giardino, è il luogo ideale dove riprendersi dai rumori del traffico prima di rientrare a Bhuj.

 

JUNAGADH

 

Se da Bhuj siete diretti sulla costa meridionale del Gujarat o verso il Gir National Park, Junagadh costituisce un’interessante tappa.

Da Bhuj c’è solo una compagnia di autobus privati che offre il servizio diretto notturno: al momento del mio viaggio era la Jai Somnath. Chiedete alle varie agenzie che si trovano in zona Bus Stand e vi verrà detto.

Girnar Hill

Molti i pellegrini hindu e jaina che arrivano fin qui per intraprendere la scalata dei quasi 10mila gradini della Girnar Hill e raggiungere stremati i templi che si trovano sulla sua sommità.

Ma a parte questo la cittadina offre altro: un fatiscente quanto pittoresco centro storico, un suggestivo forte in rovina e due meravigliosi mausolei, anch’essi abbandonati al loro destino ma di incredibile fascino.

gujarat

Mahabat Maqbara, così si chiama il sontuoso mausoleo del nawab Mahabat Khan II, affiancato da quello del vizir, ancor più decorato.

Due sontuosi esempi di architettura euro-indo-islamica che si trovano accanto alla moschea dove potrete andare a chiedere le chiavi nel caso in cui doveste trovare il cancello chiuso.

gujarat

Un consiglio logistico: per visitare Junagadh e i suoi monumenti vi basteranno a dir tanto tre ore. A meno che non siate arrivati fin qui per salire sulla collina sacra – in questo caso vi converrebbe aspettare la mattina successiva per cominciare all’alba – non vale la pena restarci a lungo.

Se, come me, avete intenzione di raggiungere Junagadh partendo da Bhuj, sappiate che il vostro autobus, salvo imprevisti, raggiungerà destinazione verso le 5:30 del mattino: vi converrà aver già prenotato un hotel.

Il Relief Hotel di Junagadh è un’ottima soluzione ma per entrare a quell’ora vi farà pagare la metà del costo dell’intera notte permettendovi di tenere la camera fino alle 12.

Fossi in voi prenderei un autobus per Somnath (circa 2 ore al costo di 56 rupie) dove si trova uno dei templi più sacri del Gujarat e dell’India intera.

Trovata una stanza mi godrei, a partire dal tardo pomeriggio, l’atmosfera di questo sentito luogo di pellegrinaggio. Nell’edificio di fronte alla stazione degli autobus di Junagadh, all’ultimo piano, c’è un ottimo ristorante dove potrete rifocillarvi prima di partire per Somnath.

 

DIU ISLAND

 

Scrive Stefano Cotone nel suo libro “Ti racconto l’India…”:

Diu è stata l’ultima terra d’Europa in India che insieme a Daman controllava lo stretto di Cambay e con la lontana Goa costituiva la terna portoghese. Nel 1961 gli indiani con un colpo di mano se ne sono impossessati. Riconquistata si direbbe.”

Diu è un’isola, un mondo appartato con un’identità non ben definita: è tutto così ordinato e pulito che quasi non sembra di essere in India; le chiese e le case coloniali farebbero più pensare ad un villaggio del Portogallo ma qui nessuno parla il portoghese né tanto meno sembra conoscere esattamente i fatti che riguardano la propria storia.

Diu è l’unico posto nel Gujarat proibizionista dove è permessa la vendita di alcolici. Sarebbe meglio evitare di capitarci durante il weekend.

Diu

A parte visitare la zona del forte portoghese da cui avrete delle viste spettacolari sulla costa frastagliata dell’isola e perdersi tra le viuzze della città vecchia, l’escursione al villaggio di Vanakbara, situato nella parte opposta dell’isola, vale la pena.

Diu

Un piccolo villaggio di pescatori dove rimanere affascinati guardando lo svolgersi delle attività commerciali e di riparazione delle centinaia di barche variopinte che al mattino rientrano per mettere in vendita il pescato.

Un tripudio di colori in un angolo di India sconosciuto al turismo di massa e a cui, a maggior ragione, vale la pena dedicare del tempo.

gujarat

Trovando posto potrete pernottare nell’edificio della vecchia Chiesa portoghese di San Tommaso, oggi sconsacrata. La vista dalla terrazza è forse la più bella della città!

Diu

Leggi anche: Sei mai stata in Gujarat?


Tutte le immagini sono tratte dall’articolo originale.

La storia dei miei assassini di Tarun J Tejpal

La storia dei miei assassini

 

Potremmo dire che “La storia dei miei assassini” si inserisce in quel filone di romanzi che descrivono la violenza della società indiana.

Nelle sue pagine incontriamo poliziotti corrotti, traffico d’armi, bambini sfruttati, guru personali, pistole, banditi e, ovviamente, assassini.


Il protagonista di questo romanzo, un giornalista investigativo di Delhi, apprende dalla televisione che, senza neanche accorgersene, è scampato a un attentato e i suoi killer sono stati arrestati.

Viene messo sotto scorta, ma sembra che di questa storia non gli interessi saperne più di tanto, preso com’è dagli intrallazzi per salvare la sua rivista dalla chiusura e dai furiosi incontri di sesso con Sara, la sua amante.

Sarà proprio lei a interessarsi alle storie dei suoi assassini finiti in carcere, il cui ruolo rimane misterioso a tutti e tanto più a loro stessi.

Così le vicende del protagonista si alternano nella narrazione alle storie dei suoi cinque killer, che da bambini innocenti diventano criminali e assassini in modo più che naturale, viste le circostanze in cui si ritrovano, dai marciapiedi della stazione di Delhi alle campagne popolate dai dacoit (banditi armati fino ai denti).

Perché i cinque disgraziati hanno sì un tentato omicidio sulla coscienza, ma alla fine loro stessi sono vittime di un sistema spietato e molto più grande di loro.

La storia è una intelligente riflessione sul potere, esercitato tramite il denaro, il sesso, la violenza, la paura e intrecciato in un sistema di cui ognuno è a sua insaputa vittima e carnefice.

Le descrizioni sfociano spesso nel pulp, accompagnate da espressioni e volgarità all’altezza del peggior assassino.

All’inizio questo ha un effetto di disturbo, per noi che ce ne stiamo, come il protagonista, comodi comodi in un mondo elitario e inconsapevole che ignora cosa succede nelle campagne o sui marciapiedi.

Ma all’ennesima descrizione di cervelli spappolati, stupri brutali, arti mutilati con relativo cadavere fatto a pezzettini e quant’altro, le diverse storie degli assassini risultano un po’ ripetitive.

Ma La storia dei miei assassini rimane comunque un libro molto interessante, con una forte personalità, in grado di parlare senza remore di tutte le ombre più scure dell’India.


Tarun J Tejpal, nato a Dehli nel 1963, è giornalista e direttore di Tehelka, il settimanale indiano famoso per le sue inchieste che hanno fatto tremare (e dimettere) potenti e ministri.

Nel 2013 è stato sotto i riflettori per l’accusa di molestie sessuali da parte di una sua dipendente, fatto ancora poco chiaro.

Ha scritto anche L’alchimia del desiderio e Il sospiro lieve dei sensi.


Consigliato a chi vuole conoscere i lati più oscuri della società indiana e a chi non si fa impressionare dalla violenza.

Tarun J Tejpal, La storia dei miei assassini, Garzanti 2009

Edizione originale: The Story of My Assassins, 2009

Traduzione di Doriana Comerlati e Giulio Lupieri

592 pagg., 23 €

 

Imli Rice, il riso al tamarindo

riso al tamarindo

Oggi vi proponiamo la ricetta dell’Imli Rice, il riso al tamarindo, consigliata da Sunil Deepak, un medico indiano appassionato di cucina che ha vissuto in Italia per 30 anni.

La parola tamarindo viene dall’arabo “tamr Hindi“, cioè il dattero dell’India, e il suo nome scientifico è “Tamarindus Indica”. “Imli” è la parola hindi corrispettiva.

Articolo originale tratto dal blog Curcuma & Zenzero e disponibile a questo indirizzo.


Il frutto del tamarindo è un legume o un baccello di colore verde che maturando diventa marrone e ha una scorza dura; i baccelli contengono una densa polpa rossa-marrone che racchiude dei semi duri e lisci di colore marrone scuro.

Quando ero un bambino, i semi di tamarindo erano una materia preziosa per i giochi: divisi a metà diventavano un quadratino scuro da una parte e bianco dall’altra. Quando ci servivano i dadi da gioco, usavamo 6 pezzi di questi semi divisi: si contavano quelli con la parte bianca sopra.

Tamarind rice - images by Sunil Deepak, 2014

Secondo le credenze indiane, le donne incinte desiderano i sapori aspri (forse perché contengono vitamina C, le altre vitamine e minerali?), per cui nei romanzi e nei film se una ragazza vuole mangiare il tamarindo vuol dire che è incinta.

Per questo motivo, spesso è considerato un alimento femminile e un ragazzo o un’uomo che dice di amare il gusto del tamarindo è considerato effeminato o comunque con una mascolinità incerta, e rischia di essere preso in giro da suoi compagni.

Le credenze sul tamarindo prevalgono maggiormente nell’India del nord dove il suo uso in cucina è limitato – viene usato sopratutto per fare alcune salse agrodolci.

Invece nell’India del sud è un alimento molto più comune, aggiunto spesso alle lenticchie, alle zuppe chiare (Rasam) e alle verdure.

Potete trovare il tamarindo nei negozi alimentari asiatici, dove viene venduto in pacchetti quadrati. Dentro i pacchetti trovate la densa polpa insieme ai semi di tamarindo.

I pacchetti di tamarindo aperti possono durare per mesi dentro il frigorifero.

E ora ecco la ricetta!

INGREDIENTI

Una tazza di riso basmati

Un pezzo di tamarindo (come spiegato sotto)

1-2 cucchiai di noccioline americane

1 cucchiaio di olio di oliva

1/2 cucchiaio di semi di mostarda

1 cucchiaio di cumino intero

1 cucchiaio di curcuma in polvere

1 peperoncino verde tagliato a pezzettini (solo se lo volete piccante)

Sale secondo i gusti personali.

Tamarind rice - images by Sunil Deepak, 2014

PRE-PREPARAZIONE

Prima cucinate una tazza di riso basmati o riso asiatico in bianco e lasciatelo raffreddare.

Poi tiratelo fuori e spargetelo in un piatto o in un contenitore affinché i chicchi del riso siano separati. Tenetelo da parte.

Prendete un pezzo di tamarindo secondo i vostri gusti (per esempio un quadrato di 2-3 cm, se lo volete con un gusto leggero o un quadrato 6-7 cm se lo volete con un gusto più deciso), sommergetelo in una coppetta di acqua calda e lasciatelo a bagno per circa 30 minuti.

Quando l’acqua si è raffreddata, schiacciate la polpa nell’acqua e tirate fuori i semi.

Se necessario, fate passare il liquido attraverso un passino per togliere le parti dure. Aggiungete al liquido di tamarindo le seguenti spezie: curcuma, sale e peperoncino, mascolatelo e tenetelo da parte.

Se le noccioline americane sono con la buccia marrone, potete sommergerle in acqua tiepida per togliere la buccia facilmente. Poi asciugatele e tenetele da parte.

Alcune persone sono allergiche alle noccioline, in questo caso potete anche preparare il riso al tamarindo anche senza le noccioline.

PREPARAZIONE

Fate scaldare l’olio in una wok o in una pentola anti aderente.

Aggiungete i semi di mostarda e il cumino e mescolate.

Dopo circa 1-2 minuti sentirete i semi di mostarda abbrustolirsi, a questo punto aggiungete le noccioline e cucinateli su fiamma medio-alta finché iniziano a diventare leggermente marroni.

Tamarind rice - images by Sunil Deepak, 2014

A questo punto togliete la pentola dal fuoco e lentamente aggiungete alla miscela il liquido con il tamarindo.

Mescolate bene la miscela e poi riportate la pentola sul fuoco.

Cucinate sul fuoco medio-basso, mescolando ogni tanto, affinché il liquido diventa una salsa po’ densa.

A questo punto, abbassate il fuoco al minimo e aggiungete il riso. Mescolate bene affinché la salsa è ben distribuita e il riso assume un colore marrone chiaro.

Il riso al tamarindo è pronto.

In India, il riso al tamarindo si mangia con lo yogurt bianco, eventualmente leggermente salato.

Per altre ricette visita la nostra sezione: Cucina

Tamarind rice - images by Sunil Deepak, 2014


Foto tratte dall’articolo originale.

Velankanni: una Lourdes nel cuore del Tamil Nadu

Scorcio della basilica di Our Lady of Good Health

 

Articolo in due minuti – Velankanni, situata nello stato meridionale del Tamil Nadu, è tra i centri di pellegrinaggio cristiano cattolico più grandi e famosi di tutta l’India.

La città, piuttosto modesta di dimensioni, ospita infatti la basilica di Our Lady of Good Health, che attira ogni anno più di venti milioni di pellegrini, che vengono da tutta l’India per offrire voti e compiere offerte alla Vergine.

Le origini di tale fama sono da attribuire, secondo la tradizione orale, a tre apparizioni di Maria avvenute nel corso del Cinquecento ad alcuni bambini dei villaggi, nonché ad un gruppo di Portoghesi in viaggio vicino alle coste della zona.

Per queste similarità il luogo è stato poi paragonato al santuario francese di Lourdes.

La cittadina è stata anche una dei luoghi più colpiti dallo tsunami del 2004 che ha colpito molto duramente le coste del sud dell’India, uccidendo nella sola Velankanni più di 600 pellegrini che sostavano sulle coste della città santa.


Per approfondire L’India ospita una grandissima comunità cristiana che sfiora i 30 milioni, concentrati quasi interamente nel sud, soprattutto negli stati del Kerala e Tamil Nadu. E’ quest’ultimo tuttavia, a ospitare alcuni dei luoghi di culto più importanti del mondo cristiano indiano.

Tra questi figurano la tomba di San Tommaso, l’apostolo che secondo la tradizione arrivò a predicare fino in India, dando cosi vita al Cristianesimo nel subcontinente.

Oltre a questo, uno dei luoghi di culto più rinomati e prestigiosi è la città di Velankanni, un piccolo centro di circa 10 mila persone situato nella Baia del Bengala, che ogni anno riceve milioni di pellegrini.

La basilica di Our Lady of Good Health, il santuario più famoso tra i sette che compongono il complesso religioso, è un’imponente struttura gotica dove ogni giorno vengono condotte messe e rituali in diverse lingue, tra cui Tamil, Malyalam, Telugu, Kannada e Hindi.

Il complesso di chiese e santuari, tutti rigorosamente bianchi, copre un’area relativamente piccola in cima a una collinetta. I luoghi di culto sono vicini e visibilmente collegati da strade lungo le quali i diversi pellegrini recitano il rosario e pregano soffermandosi alle varie stazioni.

Alcuni di questi scelgono di percorrere le stradine di sabbia in ginocchio, a gattoni, o addirittura rotolando su se stessi in segno di penitenza e devozione, per ricevere, una volta giunti di fronte alla chiesa, una grazia maggiore. Altri pellegrini scelgono di compiere altri tipi di voto, radendosi il capo a zero, il quale viene poi ricoperto con una pasta giallognola.

Pellegrini che percorrono la strada in ginocchio verso la chiesa

Attorno alla chiesa, che ottenne lo stato di basilica nel 1962 per volere di Giovanni XXIII, sono molte le persone ad elemosinare, e moltissimi sono coloro con problemi di varia salute fisica, giunti ai piedi del santuario per chiedere un aiuto.

Our Lady of Good Health venne costruita dalle forze comuni dei portoghesi e degli indiani locali nel XVI secolo. Secondo la tradizione, infatti, furono tre le apparizioni di Maria in loco, l’ultima delle quali fu proprio diretta ai Portoghesi, che, sorpresi da una tempesta nella Baia del Bengala, vennero tratti in salvo proprio da Maria, apparsa in loro aiuto.

La prima e la seconda apparizione, invece, avvennero di fronte a due bambini indiani: il primo, un pastore storpio, e il secondo, un ragazzino intento a portare del latte a casa dei padroni.

Secondo la leggenda, lungo il cammino quest’ultimo fu sorpreso da una luce fortissima, che si materializzò nella figura di Maria, la quale gli chiese un po’ da bere. Il bambino venne poi rimproverato dai padroni, una volta che scoprirono l’assenza di metà del latte nel recipiente. Subito dopo, dalla brocca metà vuota iniziarono a fuoriuscire litri di latte, che inondarono la casa del padrone incredulo.

Interno chiesa di Morning Star, una delle sette del complesso di Velankanni,

Questi racconti radicano il santuario in una tradizione fortemente rurale, dove le usanze locali hanno dato forma ad una devozione dal gusto folkloristico popolare, che richiama molto i personaggi e la storia del santuario di Lourdes. Per questo motivo, Velankanni è stata soprannominata “la Lourdes dell’est”.

Nel 2004, le coste di Velankanni sono state travolte dallo tsunami, inghiottendo centinaia di metri di venditori, pellegrini e passanti. L’onda si è fermata alle porte della chiesa, costruita su una collina, risparmiando quindi i fedeli in preghiera nei santuari.

Pellegrini in mare, sulle coste di Velankanni

Tuttavia, lo scenario è risultato disastroso, e più di 600 persone sono rimaste uccise. Nonostante questo, centinaia di migliaia di pellegrini continuano a confluire nella cittadina e nelle sue spiagge senza interruzione, facendo di Velankanni uno dei poli del Cristianesimo indiano più celebri di tutta il subcontinente.

Leggi anche: Gesù è stato in India. Leggenda o realtà?


Immagini dell’autrice

 

Ritorno in India – Parte undicesima: il lavoro a Guwahati

Lavoro a Guwahati - Sunil Deepak

 

Ora lavoro a Guwahati nella parte nord-orientale dell’India, presso una ONG che si occupa delle persone con disabilità”.

Il dottor Sunil Deepak è un medico di origine indiana che ha vissuto e lavorato in Italia per 30 anni. Ha diretto il reparto di assistenza medica e scientifica di AIFO (Amici di Raoul Follereau, un’organizzazione non governativa con sede a Bologna).

Nel 2014 decide di tornare nel suo paese di origine con l’idea di mettersi a disposizione come medico dove ci sia più bisogno. Ha raccontato la sua esperienza sul suo blog Arawaghi, e questa è la undicesima puntata della sua avventura.

Articolo originale tratto dal blog Awaraghi e disponibile a questo indirizzo.


Molte persone in Italia volevano sapere di più della mia scelta di lasciare l’Italia e tornare a vivere in India. Delle volte mi sentivo a disagio perché mi sembrava di non dare le risposte che volevano. Mi sembrava che alcuni di loro aspettassero da me soltanto un certo tipo di risposte.

Penso che molte persone soffrano lo stress e le frustrazioni del vivere quotidiano e sognano vite meno complicate con un ritorno al passato. Vorrebbero un passaggio a una vita più semplice, dove le emozioni sono più genuine, le persone hanno più tempo, e le nostre vite hanno più certezze.

Avevo la sensazione che quando le persone mi chiedevano della mia esperienza di vita in India, volessero la conferma che fossi riuscito a realizzare questo, che il sogno di vivere una vita più semplice e genuina fosse possibile.

Avevo difficoltà a parlare della mia realtà, spiegare che questa vita mi dà molte piccole e grandi soddisfazioni quotidiane, ma che tuttavia lo stress e le frustrazioni non mancano. La mia non è una vita meno complicata.

Per cercare le emozioni genuine, devo sempre fare lo sforzo di uscire dal mio guscio, avvicinarmi agli altri ed essere disponibile. Non esiste una formula che cambiando Paese, casa e lavoro, automaticamente la tua vita si trasforma.

Anche qui vi sono molte persone frustrate e che sognano di vivere vite più appaganti in Europa. Penso che cambiare Paese e lavoro può funzionare se cerchi di realizzare un tuo sogno o vai verso qualcosa che hai fortemente desiderato. Ma cambiare Paese difficilmente servirà se vuoi fuggire da qualcosa.

“Allora cosa fai in India?”, è la domanda più comune che mi facevano le persone.

Ero tornato in India con l’idea di fare il medico di base tra i poveri, come facevo 35 anni fa, prima di andare in Italia. Ho provato a farlo per alcune settimane in un ospedale, in una zona molto povera nella parte centrale dell’India, e ho scoperto che non ero ancora pronto per quel lavoro.

Richiedeva un impegno e una fatica quotidiana che non mi sembrava di avere più. Il bisogno era così enorme che, anche se aiutavi centinaia di persone ogni giorno, vi sarebbero state molte altre che non saresti riuscito ad aiutare.

Vivere in quell’ospedale e girare alla sera nei corridoi pieni di persone che dormivano per terra nell’attesa di essere visitati da un medico, mi lasciava con un’angoscia insopportabile.

Forse avevo bisogno di un rientro graduale, tornare in quel mondo di malattie e sofferenze poco alla volta, e non trovarmi buttato dentro all’improvviso? Quando ci ripenso, mi vergogno per non essermi fermato in quell’ospedale.

Viene mandato avanti da un piccolo gruppo di medici idealisti. Sicuramente loro avevano già avuto persone come me che arrivano con delle belle intenzioni ma scappano via quando vivono la loro realtà quotidiana.

Penso che oggi, dopo un anno in India, se tornassi in quell’ospedale mi troverei meglio e riuscirei a fare molto di più. Non sarebbe giusto abbandonare gli impegni attuali, ma l’idea di tornare in quell’ospedale è sempre presente nel mio cuore.

Ora lavoro a Guwahati nella parte nord-orientale dell’India dove lavoro per un’ONG indiana che si chiama Mobility India e che si occupa delle persone con disabilità. Sono coinvolto sopratutto in due tipi di attività.

1) Preparare materiale formativo semplice e gestire corsi di formazione sui temi della riabilitazione per le persone disabili, per le loro famiglie e per gli operatori comunitari. In città come Guwahati, vi è una forte privatizzazione dei servizi sanitari. Nei distretti e nei villaggi, i servizi specialistici non esistono, per cui penso che il mio lavoro volto a formare gli operatori comunitari sia molto utile.

Per esempio, qui è raro trovare un logopedista, per cui sto lavorando alla preparazione di materiale per un corso sul tema “Come facilitare la comunicazione nei bambini disabili”. Avevo già svolto attività simili mentre lavoravo all’AIFO. Mi piace molto rendere informazioni complesse accessibili alle persone meno istruite.

2) Sperimentare strategie innovative della riabilitazione su base comunitaria e dello sviluppo inclusivo comunitario. Ricerca e documentazione sono due componenti essenziali di questi progetti. Amo svolgere la ricerca sociologica nelle comunità. Anche questo tipo di lavoro l’avevo già svolto all’AIFO, ma ora posso seguire direttamente la sua operatività sul campo.

Vorrei fare molto di più – una ricerca sui bambini che vivono tra i rifiuti e una sulle persone anziane con morbo di Alzheimer nelle famiglie povere in zone rurali – ma non ho tempo per fare tutto.

Oltre a questo, ogni tanto i genitori dei bambini disabili vengono da me per una visita e per chiedere il mio parere. Spesso ciò mi manda in crisi: in un paese sviluppato molti di questi bambini potrebbero svolgere una vita piena di soddisfazioni, ma qui  non posso fare molto per loro.

Qui l’assistenza medica è fortemente frammentata e privatizzata, spesso spinge verso gli interventi inutili. Molte famiglie spendono tutto quello che hanno per “guarire” i bambini con disabilità incurabili perché gli specialisti continuano a sottoporre loro test e medicine inutili, creando speranze vane.

Tutto il sistema serve per manipolare e sfruttare l’amore e i sensi di colpa dei genitori, per spremere tutti i loro averi.

Un altro tema di cui mi hanno chiesto di occuparmi è quello di stabilire un centro regionale per gli ausilii, non soltanto per le persone con disabilità, ma anche per le persone anziane e coloro che soffrono di malattie croniche come il diabete.

Come potete immaginare, c’è molto da fare e il tempo che ho non mi basta.


Tutte le immagini sono tratte dall’articolo originale.