Continua la mia avventura del servizio civile in India, alla scoperta del Karnataka e dei suoi abitanti.

All’inizio di Febbraio io e Claudia veniamo invitate a prendere parte a un pellegrinaggio cristiano assieme a un gruppo di uomini e donne di un piccolo villaggio del Karnataka.

Le chiese bianche troneggiano nei luoghi sacri, in un Tamil Nadu verdeggiante, tra le cui piane sono distese risaie, campi di arachidi e peperoncini, contornati da grandi piantagioni di alberi da cocco e bananeti.


Le mani sono segnate dal passaggio del tempo, le gambe magre e lunghe appaiono sotto il lungi, leggermente sollevato e annodato, per smorzare la calura dell’estate, appena iniziata.

I suoi occhi si aprono lentamente, seguendo l’immagine dell’immensità che si materializza davanti ai suoi occhi. La bocca si apre, e rimane spalancata in un sorriso che cerca di abbracciare la grandezza dai colori cangianti che è, li, davanti a tutti noi.

Più maestoso delle chiese viste, più massiccio del colle visitato la mattina: il mare è una presenza antica, ma per questo e altri uomini un’indescrivibile, nuova scoperta.

Scatto una fotografia di un uomo che, a 50 anni, vede il mare per la prima volta.

Il pellegrinaggio a cui ho preso parte si è avvenuto in Tamil Nadu, nel profondo sud dell’India. Questo Stato ha una presenza cristiana antica e molto elevata, e i luoghi di culto sono molti, disseminati lungo tutto il territorio.

La storia vuole che, molto prima dell’arrivo dei portoghesi in India, fu San Tommaso a portare la nuova religione nel subcontinente indiano, dove al giorno d’oggi i cristiani sono circa ventisette milioni.

Le persone con le quali ho avuto il privilegio di fare questo viaggio sono abitanti di un villaggio poverissimo del nord del Karnataka. Uomini e donne, la maggior parte sui 50 anni, quasi mai usciti da Sirwar, il loro paese.

Pronte a partire, le donne indossano i loro sari migliori, mentre gli uomini vestono il lungi, la gonna tradizionale portata nel sud. Siamo circa una cinquantina di persone. Il prete del villaggio, organizzatore del pellegrinaggio, mi confida che i miei compagni sono quasi tutti contadini o coolie, lavoratori precari con contratti a giornata, nei campi come nel settore costruzioni.

Da Sirwar viaggiamo tutta la notte per svegliarci in Tamil Nadu, dove vediamo la tomba di San Tommaso e il monte dove, secondo la tradizione, subì il martirio.

Poi ci spostiamo a Velankanni, presso la basilica gotica di Our Lady or Good Health, dove secondo la tradizione sarebbero avvenuti una serie di miracoli legati alla Madonna, apparsa anche ai portoghesi, salvati durante una tempesta nel mare della Baia del Bengala.

Questo posto è uno dei santuari più visitati, non solo da cristiani, ma anche da induisti e musulmani. Infine Poondi, un silenzioso santuario quasi sulla punta del Tamil Nadu, conclude il nostro pellegrinaggio, e dopo un giorno siamo di nuovo in Karnataka.

Mi colpisce il modo in cui i miei compagni di viaggio manifestano la profonda fede. Unendo le mani davanti, chinano il capo in un Namaste mancato, che diventa espressione cristiana di devozione davanti alle varie statue e quadri che incontriamo.

I rosari in kannada, la lingua ufficiale del Karnataka, si alternano a preghiere dove il ritmo cadenzato richiama antiche melodie folkloristiche indiane.

Bottigliette di acqua santa, quadri, rosari e candele, importati e venduti dalle missioni dei tanti ordini di suore, sono tra i souvenir più scelti dai miei compagni di viaggio. Un paio di uomini si radono il capo, offrendo i loro capelli come voto.

I pellegrinaggi trasformano le vite delle persone. Sono un viaggio alla ricerca di Dio, di se stessi, degli altri. Possono anche avvenire in pochi giorni, ma il cambiamento che segnano nella vita dei pellegrini dura per molto tempo. I pellegrinaggi determinano un cambiamento sociale, psicologico, oltre che religioso.

Soprattutto per queste persone, che non hanno mai viaggiato: nei piccoli momenti si condivide, ci si conosce, si condividono problemi, si scopre di avere gli stessi in comune. Ci si consiglia, si cerca una soluzione insieme. E, alla fine, si stringe qualche nuovo legame, davanti a un piatto di riso e sambar, o dopo un sorso di chai.

Oltre a tutto ciò, queste persone hanno visto una nuova terra, nuove persone, nuovi modi di condurre la nostra esistenza. Hanno visto altri modi di vivere oltre al loro, che è forse l’aspetto più eminente di un viaggio in una terra cosi diversa.

Il mare è quello che ha lasciato in molti uomini un ricordo più grande. Anche per me, potere osservare queste persone da vicino mi ha aperto gli occhi, come i loro si sono aperti di fronte all’immensità.

Un uomo nel gruppo continuava a ridere e a indicare le onde che si infrangevano diventando schiuma sulla sabbia. Alcune donne non si sono avvicinate alla sabbia bagnata, e osservavano da lontano lo spettacolo.

Ho visto la semplicità di queste persone, il senso dello stupore e della meraviglia. La spontaneità di un inchino davanti a una statua, la profonda intensità del gesto di saluto e devozione verso quella che per loro era una delle più grandi visioni. Il senso di comunione e condivisione, nel mangiare per terra da un piatto di carta il pasto che i cuochi ci hanno cucinato qualche ora prima.

La stanchezza del viaggio, la calura del sole, il mal di pancia del pullman: tutto questo spariva nella gioia dello stare assieme. Un pellegrinaggio che forse ha significato la cosa più grande nelle loro vite. E io, spettatrice privilegiata, ho camminato insieme a loro, condividendo un pezzetto di strada.

Il ritorno, una preghiera all’interno della chiesa di Sirwar, luogo di partenza, conclude ufficialmente il pellegrinaggio. Gli uomini prendono tra le loro mani quella del prete, in segno di ringraziamento, mentre in basso, le donne si prostrano ai suoi piedi, offrendo una preghiera in un gesto che rimane, e rimarrà, così fortemente, culturalmente, induista.

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