Articolo in 2 minuti –  Giù le mani dalla vacca!

La stragrande maggioranza della popolazione indiana di credo hindu accorda alla mucca un valore di sacralità inviolabile, facendone risalire il concetto di santità alle sacre scritture dei Veda.

Eppure un’attenta analisi di tali testi ci rivela tutt’altro: la macellazione sacrificale dei bovini era una pratica piuttosto comune in passato, di cui si occupavano proprio i sacerdoti brahmini per offrirne le carni deliziose a tutti i partecipanti di riti ed eventi che scandivano le tappe della vita di ogni fedele.

Un’errata interpretazione della propria storia ha portato dunque al divieto di consumare questo tipo di carne, trasformando la protezione della mucca in un potente strumento politico e di controllo del potere.

Innegabile l’attrito che si  è venuto a creare tra i fedeli hindu e la minoranza musulmana per cui la sacralità della vacca non sussiste.

Non mangiare carne di mucca ha tuttavia le sue ripercussioni positive sull’economia indiana, permettendo al paese di posizionarsi ai primi posti al mondo per esportazioni di carni bovine e di nutrire al meglio una popolazione superiore al miliardo, destinando maggior spazio all’agricoltura e soddisfacendo in tal modo il fabbisogno giornaliero individuale.

Tuttavia sorprende notare le condizioni in cui versano questi placidi bovini, abbandonati a se stessi nelle strade delle affollate metropoli.




Per approfondire – La stragrande maggioranza della popolazione indiana di credo hindu accorda alla mucca un valore di sacralità inviolabile.

Ma com’è nato tale credo?

In seguito alle carestie abbattutesi sul Paese intorno al 600 a.C., si verificò un  serio peggioramento delle condizioni di vita delle classi medio basse, mentre i sacerdoti continuavano a cibarsi delle pregiate carni bovine.

Fu in questo periodo che si svilupparono il Buddismo e il Giainismo, come reazione a un consumo sconsiderato di prodotti animali, ergendosi a protezione del bestiame e promuovendo un atteggiamento non violento che portò ad adottare un regime alimentare vegetariano.

Ovviamente l’Induismo, che predominerà come culto religioso in India, non farà altro che inglobare l’atteggiamento non violento di questi due filoni religiosi, rendendo il divieto di macellazione delle mucche uno dei propri capisaldi.

Soltanto i guerrieri Kshatriya potevano cibarsi di carni, avendo necessità di ovviare a un più alto fabbisogno energetico. Per evitare disordini e conflitti inter-comunitari, nonché per evitare inimicizie e scontri di potere, gli stessi musulmani presenti in India estesero il proprio divieto di consumo di carni suine (considerate estremamente impure) anche a quelle bovine.

Anche a livello legale si susseguirono diversi emendamenti che sancirono e ufficializzarono la sacralità della vacca.  Il primo movimento ufficiale per la protezione della vacca si venne a costituire in Punjab nel 1870, per poi acquisire potere nel 1882 con il supporto del leader Dayananda Saraswati e della sua organizzazione Gorakshini Sabha (Società per la Protezione della Vacca), che attaccava in maniera diretta i fedeli musulmani per cui l’abbattimento dei bovini non costituiva né un sacrilegio né una pratica anomala.

Altre organizzazioni simili come il Rashtriya Svayamsevak Sangha (RSS) e il Vishwa Hindu Parishad si mossero in tal senso. A mettere fine a queste frequenti insurrezioni seguì nel 1888 il Decreto dell’Alta Corte per le province Nord-Occidentali che rese ufficiale la non sacralità della mucca.

Tuttavia, il problema dell’abbattimento della vacca è emerso più volte sulla scena politica indiana, portando al confronto le legislazioni di diversi stati e municipalità e la loro interpretazione personale del ruolo di questo pacifico bovino.

Per esempio, nell’aprile 1979, Acharya Vinoba Bhave, ritenuto l’erede spirituale del Mahatma Gandhi, fece uno sciopero della fame per chiedere al governo centrale la proibizione della macellazione bovina in tutto il paese. Dopo ben cinque giorni di protesta pacifica, il Primo Ministro Indiano Morarji Desai gli concesse soltanto una rassicurazione vaga sulla presa in considerazione della legislazione anti-macello.

Da quel momento, la vacca cessò di essere un problema nell’arena politica indiana per molti anni, pur continuando a interessare attivamente accademici ed esperti costituzionali.

Ma cosa fare di tutte le mucche sparse sulla vasta superficie del subcontinente indiano?

Nonostante sia l’agricoltura e non l’allevamento la forza trainante dell’economia locale, l’utilità di questi animali è innegabile: valido aiuto nei lavori agricoli, fonte di latte e derivati per una popolazione in maggioranza vegetariana, nonché produttori di enormi quantità di sterco, utilizzato come fertilizzante, isolante termico e combustibile naturale.

In tutto il Paese, ma specialmente nelle campagne, i cinque prodotti vaccini (latte, cagliata, burro chiarificato, sterco e urina ) elencati nei testi sacri, occupano un posto di rilievo nella vita di molte famiglie e sono impiegati nella maggior parte dei riti religiosi. Basta ricordare la figura del dio Krishna che viene equiparata a quella di un mandriano (Govinda), che ha a cuore la soddisfazione del bestiame e si diletta nei suoi giochi amorosi con Radha e le altre innumerevoli sue compagne pastorelle (Gopi).

Nelle città i bovini vagano in libertà, rachitici e affamati, si nutrono quasi sempre di ciò che trovano nei rifiuti (qualche volta addirittura di cartacce e manifesti affissi ai muri), ostacolano il traffico nelle metropoli e aggiungono un tocco tradizionale a quartieri interamente adibiti a business hubs e aree commerciali.

Sempre più numerose le diverse organizzazioni religiose che fondano luoghi di ricovero per gli animali anziani, malati o semplicemente senza padrone. Si chiamano Gaushala e lì il bestiame viene accudito e riverito fino alla sua ultima ora.

Sembra proprio che la sacralità della vacca abbia costituito più una sorta di condanna, per questo animale, a una vita fatta di stenti e abbandono piuttosto che un mezzo per preservarlo, riconoscendone la santità in maniera costante e quotidiana.

Vivere una vita lunga e sofferente per poi morire al lato di una strada di città? O finire nel piatto di un ricco indiano a cui il divieto di carne bovina non incute alcun timore? Ai lettori l’ardua sentenza…



Immagine di IndiaInOut