Nata in Kerala da una famiglia hindu, Kamala Das (1934-2009) venne data in sposa a 16 anni a cugino più anziano di lei con cui si trasferì a Calcutta.

Personalità controversa e rivoluzionaria, descrive nei suoi racconti e nelle sue poesie le emozioni intime e intense di una donna indiana in una società in cui è difficile poter parlare dei propri sentimenti.

Nel 1999 si è convertita all’Islam, fra critiche e scalpore, cambiando il suo nome in Kamala Surayya.

In italiano è stato pubblicato “La mia storia”, in cui racconta in forma autobiografica l’esperienza traumatica del matrimonio e della scoperta dell’amore e del sesso, libro che in India l’ha fatta amare e odiare.

Ecco qui una delle sue poesie scritte in inglese, dalla raccolta “Summer in Calcutta” del 1965.


Una presentazione

 

Non ne so di politica ma so i nomi

Di quelli al potere, e posso ripeterli come

I giorni della settimana, o i nomi dei mesi, cominciando da

Nehru. Sono indiana, molto scura, nata nel

Malabar, parlo tre lingue, scrivo in

Due, sogno in una. Non scrivere in inglese, dicevano,

L’inglese non è la tua lingua madre. Perché non lasciarmi

In pace, critici, amici, cugini in visita,

Voi tutti? Perché non lasciarmi parlare

In tutte le lingue che voglio? La lingua che parlo

Diventa mia, le sue distorsioni, le sue stranezze

Tutte mie, mie soltanto. È mezza inglese, mezza

Indiana, bizzarra forse, ma è onesta,

È umana come io sono umana, non

Capite? Dà voce alle mie gioie, ai miei desideri, alle mie

Speranze, e mi è utile come il gracchiare

Ai corvi o il ruggire ai leoni,

Sono parole umane, parole della mente che sta

Qui e non lì, una mente che vede e sente e

Veglia. Non le sorde, cieche parole

Di alberi nel temporale o di nuvole monsoniche o pioggia o gli

Incoerenti mormorii della sfavillante

Pira funeraria. Ero bambina, e più tardi

Mi dissero che ero cresciuta, perché ero alta. Le mie membra

Si riempivano e in uno o due posti spuntavano peli. Quando

Chiesi amore, non sapendo che altro chiedere

Lui si portò una ragazzina di sedici anni nella

Camera da letto e chiuse la porta. Non mi picchiò

Ma il mio triste corpo di donna si sentì così picchiato.

II peso dei miei seni e del mio ventre mi schiacciava. Mi feci piccola

Miseramente. Allora… m’infilai una camicia e i

Pantaloni di mio fratello, mi tagliai i capelli corti e ignorai

Il mio essere donna. Mettiti il sari, sii ragazza,

Sii moglie, dicevano. Sii ricamatrice, sii cuoca,

Sii litigiosa con la servitù. Adeguati. Oh,

Assimilati, urlavano i categorizzatori. Non sederti

Sui muri e non sbirciare attraverso le tende di pizzo.

Sii Amy, o sii Kamala. O, meglio

Ancora, sii Madhavikutty. È ora di

Sceglierti un nome, un ruolo. Non far la finta tonta.

Non giocare alla schizofrenica o fare la

Ninfo. Non piangere a voce vergognosamente alta quando

Gli amanti ti lasciano… Ho incontrato un uomo, l’ho amato. Non

Dategli un nome, egli è ogni uomo

che desidera una donna, come io sono ogni

Donna che cerca amore. In lui… la famelica fretta

Dei fiumi, in me… l’instacabile attesa

Dell’oceano. Chi sei, domando a tutti quanti,

La risposta è, sono io. Ovunque e

Dovunque, vedo quello che si chiama

Io; in questo mondo, egli è saldo al suo posto come

La spada nel fodero. Sono io che bevo solitarie

Bibite a mezzogiorno, a mezzanotte, in alberghi di ignote città,

Sono io che rido, sono io che faccio l’amore

E poi provo vergogna, sono io che giaccio morente

Con un rantolo in gola. Sono peccatrice,

Sono santa. Sono l’amata e la

Tradita. Non ho gioie che non siano tue, non

Dolori che non siano tuoi. Anch’io chiamo me stessa io.

 

(Poeti indiani del Novecento di lingua inglese, a cura di Shaul Bassi)


Fotografia tratta da campusdrift.com