Ci sono scrittori che scrivono dell’India più magica e meravigliosa. Altri che invece ne descrivono i lati più crudeli e disumani, altri ancora che intrecciano abilmente i due aspetti.

Non ci sono dubbi a quale categoria appartenga Akhil Sharma con questo suo romanzo di esordio. Nella sua India c’è solo violenza e crudeltà, senza un briciolo di speranza.

 


 

Per capire i meccanismi di questa totale mancanza di umanità, in Un Padre Obbediente Akhil Sharma ci fa entrare nella testa di Karan, il protagonista. Egli racconta la sua storia in prima persona e ci svela tutto, in entrambi i piani in cui la sua storia si svolge: quello familiare e quello pubblico.

Sul piano familiare, Karan è un padre incestuoso che ha abusato di sua figlia Anita all’età di 12 anni. Ora si ritrova vedovo, con la figlia ormai diventata madre e rimasta anche lei vedova, tornata ad abitare da lui con la nipotina.

Nonostante sia passato del tempo, Karan si mette nella stessa situazione di vent’anni prima. Si ritrova a strusciarsi sulla nipotina, e questo rimette in discussione tutto. Rispolvera vecchi segreti e ricordi, soprattutto nella memoria di Anita.

Sul piano pubblico, invece, Karan è il money man di Mr Gupta, suo capo e datore di lavoro. La sua mansione, come funzionario dell’educazione fisica nelle scuole a Delhi, è quello di andare in giro a raccogliere mazzette per il Partito del Congresso.

Detto questo, di certo Karan non può ispirarci simpatia, anche perché ci racconta delle sue visite a prostitute, anche giovanissime, e di come è attratto da tutto ciò che è sordido. È obeso, si ubriaca ogni volta che ne ha l’occasione, e ce lo immaginiamo sempre sudato e fisicamente ripugnante.

Ma in realtà è un personaggio più complesso e articolato. Non è un grande uomo del Male: vive in un modesto appartamento ed è più debole che malvagio. Consapevole che essere buono per lui è un compito impossibile come quelli assegnati agli eroi delle favole. Prova disprezzo per se stesso, e il più delle volte è un uomo triste e solo. È un sad bad man, spesso incline alle lacrime, sentimentale e lamentoso, profondamente consapevole dei suoi fallimenti.

Alla fin fine, è il mondo in cui vive a essere corrotto.
In questo mondo lui sa muoversi, e sta anche stare al suo posto quando serve. La corruzione, morale e finanziaria, arriva a tutti i livelli, anche i più piccoli. Il potere si esercita ai piani bassi anche con piccoli gesti: uno sputo sul pavimento o l’estorsione di un set di badmington al preside di una scuola.

Per poi crescere di intensità quando invece il livello si alza e Mr Gupta si candida alle elezioni nel partito rivale del Congresso. Allora il potere mette in campo intimidazioni e omicidi. Karan conosce le regole, sa tradire e cambiare partito al momento giusto per non rischiare la pelle. È un impiegato del sistema, umile e scaltro insieme, e sempre diligente.

I fatti personali si mescolano con quelli dell’India. Il giorno del primo abuso sulla figlia è quello in cui alla radio viene annunciata la vittoria di Indira Gandhi. Mentre la storia più politica della corruzione avanza di pari passo agli sconvolgimenti seguiti all’assassinio di Rajiiv Gandhi.

Il bersaglio del romanzo sembra essere il Partito del Congresso, e con lui l’India stessa, intrinsecamente disumana. La violenza fa parte della quotidianetà, viene praticata anche solo per divertimento, gratuitamente, anche dai bambini.

È un’India ipocrita, bigotta e maschilista. La vendetta di Anita nei confronti del padre sarà distruttiva ma anche autodistruttiva. Nessuno la aiuterà e nel cercare la comprensione degli altri danneggerà ancora di più se stessa e la figlia.

L’amore, se c’è, arriva e se ne va via in un solo pomeriggio. Mentre l’unica salvezza possibile può solo arrivare da fuori: dall’America (l’autore ci vive da quando aveva otto anni), a cui l’India sembra una battuta, una barzelletta.

Accanto alla storia di Karan, anche Anita prende la parola in due capitoli, forse un po’ meno convincenti del resto del romanzo. Complessivamente, Un padre obbediente è un bel libro, molto duro e pessimista, ma anche molto avvincente.

Un romanzo che si non dimentica tanto presto, per la sua sconcertante sensibilità che lascia un segno, crudele e profondo.


Consigliato a chi vuole approfondire il volto più oscuro dell’India, con molto pessimismo e senza alcuna speranza.


Akhil Sharma è nato a Delhi nel 1971 e vive negli Stati Uniti. Con Un padre obbediente, il suo prio romanzo, ha vinto l’Hemingway Foundation/PEN Award.

Ha scritto anche Vita in famiglia, pubblicato nel 2014.


Akhil Sharma, Un padre obbediente, Einaudi 2001

Edizione originale: An Obedient Father, 2000

Traduzione di Fausto Galuzzi

318 pagg.,  17,50 €