Un messaggio che mette al centro l’Uomo, con la sua fragilità ma anche con la sua capacità di contenere l’infinito che le mani immortali di Dio riempono di melodie meravigliose. 

La bellezza della natura, di un fiore primaverile, delle stelle scintillanti e silenziose nel cielo notturno. La natura come espressione del divino e manifestazione della sua presenza intorno a noi, e dentro di noi. 

Una profonda tenerezza nei confronti della natura umana, dei bambini, delle figure femminili, dei viandanti, degli anziani e degli amanti. 

Un ponte fra la cultura indiana e quella occidentale, che riesca a fondere gli aspetti comuni, così simili sotto vesti solo apparentemente diverse. 

Tutto questo fa parte della poesia di Rabindranath Tagore (1861-1941), artista, poesta, romanziere, drammaturgo e musicista.

Tagore  vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1913 grazie alla raccolta di poesie Gitanjali, che lui stesso tradusse in inglese dal bengalese.

Vi proponiamo la prima poesia del Gitanjali, un vero e proprio inno all’infinito che Dio ha voluto mettere dentro di noi.

 


 

Mi hai fatto senza fine
questa è la tua volontà.

Questo fragile vaso
continuamente tu vuoti
continuamente lo riempi
di vita sempre nuova.

Questo piccolo flauto di canna
hai portato per valli e colline
attraverso esso hai soffiato
melodie eternamente nuove.

Quando mi sfiorano le tue mani immortali
questo piccolo cuore si perde
in una gioia senza confini
e canta melodie ineffabili.

Su queste piccole mani
scendono i tuoi doni infiniti.
Passano le età, e tu continui a versare,
e ancora c’è spazio da riempire.

 

(Rabindranath Tagore, Gitanjali, 1913. Traduzione di Girolamo Mancuso)


Fotografia tratta da www.oneindia.com