“Nessun dio in vista” è una staffetta per le strade di Mumbai. Racconta una storia veloce, rapida, pungente e ironica, come un videoclip.

Una storia che storia non è: se mai è un collage, un puzzle, un patchwork di una città multiforme.

Una città che ha due nomi, Bombay (il nome vecchio) e Mumbai (quello nuovo), ma anche due anime: quella borghese e benestante di Bombay e quella popolare e di strada di Mumbai: 

“Bombay, dove tutto è in orario. Mumbai, che si nutre degli avanzi di Bombay.”

E noi passiamo da una all’altra, da un personaggio all’altro, in un intreccio, in un cerchio che sembra, forse, chiudersi. 

 


 

Si inizia con la signora Khwaja, un’ex-poetessa rassegnata alla quotidianità dell’età. Otto righe.

Poi si passa al signor Khwaja, il marito. Sette righe.

Poi il figlio, perennemente attaccato a internet. Sei righe.

La figlia, il giorno in cui va ad abortire. Tre pagine (in effetti, qui la faccenda è un po’ più complicata).

E poi: il poliziotto, il mendicante, il manager, il medico abortista, il commerciante di scarpe, il venditore di paan, lo studente di poesia urdu, il macellaio di polli (“il giustiziere di forme di vita inferiori”: uno dei meglio riusciti). Dieci righe, una pagina, tre pagine, due righe, mezza pagina.

Mai più di dieci pagine, lo spazio massimo che ogni personaggio, in una città sovraffollata e frenetica, ha per raccontarsi, rigorosamente in prima persona, sempre con tratti concisi e sicuri.

Una storia tira l’altra e non riusciamo più a staccarci da queste storie minime e personali.

In 160 pagine e in un paio d’ore, percorriamo tutta Mumbai, con il testimone della narrazione che passa casualmente da un personaggio all’altro, attraverso un legame familiare, un incontro casuale, un caso di omonimia, un rapporto di lavoro. Senza pause, tutti parlano e nessuno si parla. Con molta religione (e tutti i suoi conflitti), ma senza alcun dio, proprio nel Paese dei trecento milioni di dèi.

Anche la lingua usata dai personaggi è originale. Altaf Tyrewala scrive in inglese, ma i personaggi a cui dà voce per le strade di Mumbai non parlano certamente inglese.

In una intervista lo scrittore ha detto: “Nella mia testa il macellaio, il panettiere o il rifugiato di Nessun dio in vista erano tutti analfabeti e parlavano hindi, e io traducevo contemporaneamente sulla tastiera in inglese. Il che ha dato al linguaggio un ritmo sgangherato e del tutto originale“.

Per definire questo libro, verrebbe in mente una parola che, se non contenesse un giudizio negativo, sarebbe perfetta: superficiale. Ognuno parla di sé, nello spazio immediato di uno sfogo, nel tempo di un brevissimo autoritratto.

Ma forse la parola giusta, più che superficiale, è bidimesionale: ci si muove nello spazio e nel tempo della Mumbai di oggi, ma manca una terza dimensione.

Al di là dell’India, a volte, in altri libri, dentro l’assenza di quel dio unificatore suggerita dal titolo ci sta in realtà un mondo intero. Inevitabilmente e volutamente, per il modo in cui questo libro è scritto e per la sua originalità, è proprio questa la dimensione che manca. La dimensione di quell’assenza.


Consigliato a chi ama i libri originali, a chi vuole visitare Mumbai e anche a chi di solito non legge tanto. Ciò non vuol dire che non sia un libro adatto anche a chi invece legge moltissimo. Di certo non è un libro per chi cerca un romanzo tradizionale, con una trama precisa e personaggi ben caratterizzati.


Altaf Tyrewala è nato nel 1977 e vive a Mumbai. Ha studiato negli Stati Uniti ed è tornato in India subito dopo la laurea. Ha fatto svariati lavori: cassiere, operatore di call center, portiere.

Nessun dio in vista è il suo romanzo di esordio, ha scritto anche Engglishhh e Ministry of Hurt Sentiments, entrambi non tradotti in italiano.


Altaf Tyrewala, Nessun dio in vista, Feltinelli 2007

(Edizione originale: No god in sight, 2005)

Traduzione italiana di Gioia Guerzoni

13,00 euro, 174 pagg.

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Tratto dal blog Indian words – Leggere l’India