Articolo in 2 minuti – “La morte che arriva! La morte rognosa, la morte lasciva. La morte che vola, la morte normale, che cela del mondo, pietosa, ogni male. La morte che vive, la vita che muore…”

Così T. Sclavi descrive, nel suo film “Dellamorte Dellamore”, un elemento fondamentale del trascorso umano: la morte.

Ma questo concetto è uguale ovunque?

La risposta sarà probabilmente negativa se lo si chiede a è un europeo cui capiti di affacciarsi a una finestra sul Gange, a Varanasi, in prossimità di uno dei famosi ghat (grandi scalini che scendono le sponde del Gange) dove vengono cremati i defunti.

Il rapporto fra morte e uomo è unico al mondo a Varanasi, la Splendente, città della Luce, città sacra dell’India.

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Per approfondire – Kashi, Benares, Varanasi sono i nomi usati per riferirsi alla città dei fedeli Hindu per antonomasia. Siamo nell’Uttar Pradesh orientale, nel Nord dell’India.

Varanasi, una delle più antiche città al mondo, ospita oggi poco più di un milione di abitanti.

Le processioni funerarie procedono di strada in strada senza comportare alcuna interruzione nelle attività circostanti: nessuno si sposta, si ferma o smette di parlare o di ridere.

Soltanto, passa un feretro decorato, trasportato da una processione di uomini che recitano – a dir la verità gridano – il mantra “Ram nam satya hai” (il nome di Ram [Dio] è verità).

Si stanno dirigendo verso uno dei due ghat (grandi scalini che scendono sulle sponde del Gange) crematori di Benares: Harischandra Ghat e, il più famoso, Manikarnika.

Lungo la passeggiata sul Gange di circa 10 km che vi conduce dal primo all’ultimo ghat, noterete gli immensi edifici che danno sul fiume: molti di essi furono costruiti su richiesta di maharaja o maharani, re e regine da tutta l’India che desideravano morire a Varanasi e far disperdere le loro ceneri nel Gange.

Per quale motivo in molti desiderano morire in questa città?

La città viene considerata la dimora di Shiva, una della divinità centrali dell’induismo, che sarebbe arrivato a Varanasi con la sua sposa dopo aver abbandonato l’Himalaya. Shiva, creatore e distruttore, simboleggia anche il risveglio interiore e la fine delle tenebre che circondano l’animo umano.

Ma, ecco il paradosso, Varanasi è la città in cui morire significa gioire.

Morire lungo il Gange, che è il fiume della vita, vuol dire morire con la certezza di non rinascere più su questa terra e di essere liberati dal samsara (il ciclo delle rinascite). Per questo, da sempre, migliaia di devoti Hindu hanno desiderato morire qui e disperdere le proprie ceneri in queste sacre acque.

L’atmosfera dei ghat crematori è surreale, densa di fumo e di pensieri. Molti si fermano ad osservare i rituali. Nessuno piange, tutti osservano e compiono le azioni rituali con una normalità incredibile. Spesso le donne non sono presenti: si trovano nelle abitazioni a piangere e pregare per il defunto.

Quello di Hariscanhdra è un ghat relativamente giovane: un crematorio elettrico, poco usato, si trova alle spalle dei gradini. Manikarnika è invece più antico, e in passato il suo uso di “ospedale di morte” era molto più comune: gli edifici attualmente in disuso un tempo erano luoghi di attesi della morte.

L’elemento onnipresente è il legno: si vedono ovunque tronchi di varie lunghezze e derivazioni. Il legno di sandalo, quello più pregiato, a causa dell’alto costo non è più così comune. Nonostante ciò, nelle aree adibite ai riti si trovano venditori, da cui si possono comprare piccoli pezzi di legno di sandalo, da gettare simbolicamente nella pira.

L’aria che si respira è pesante, fa bruciare gli occhi, ma l’interesse per le cerimonie in corso te li farà probabilmente tenere aperti il più a lungo possibile. In Manikarnika, le cremazioni sono non-stop: 24 ore su 24, 365 giorni su 365, un fuoco sacro viene tenuto acceso da secoli. Da esso si prende la fiamma per l’accensione delle pire funebri.

Il rito prevede che il corpo del defunto venga inizialmente immerso fino alle ginocchia nel Gange, per essere depurato. Nuovamente adagiato sulla pira, la testa viene rivolta verso nord e i piedi verso sud. La legna viene disposta sopra il corpo, già cosparso di polvere di sandalo e ghee (burro chiarificato) e bagnato con qualche goccia del Gange.

In seguito sarà il figlio maschio maggiore a condurre il rito, compiendo 5 giri attorno alla pira e poi accendendola. Volto e testa del defunto sono scoperti, così che la prima parte cui viene data fuoco sono i capelli. Una volta conclusa la cremazione, il figlio raccoglie le ceneri in un’urna e le getta nel fiume.

In tutto questo processo, non c’è quasi nulla di emotivo. Niente lacrime, niente “momenti di silenzio” imposti, niente di niente.

Eppure anche solo osservare una ritualità simile, addolcisce il cuore e riempie la testa di domande; si fatica ad entrare nell’ottica di un funerale non canonico ma tuttavia non si può fare a meno di notarne la naturalezza, sconvolgente ai nostri occhi.


Manikarnika Ghat, il più antico ghat crematorio di Varanasi

 


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