Con “Le torri del silenzio” entriamo nella piccola comunità indiana dei parsi, la minoranza di fede zoroastriana arrivata dalla Persia nell’Ottavo secolo. Una società dalle regole rigide, che ha sempre cercato di non farsi contaminare dalla maggioranza indiana e preservare il più possibile le sue tradizioni.

Il romanzo di Cyrus Mistry ci porta all’interno di quello che è forse l’aspetto più famoso della comunità parsi: i riti funerari.

La tradizione parsi impone di dare in pasto agli avvoltoi i cadaveri dei defunti, e le torri del silenzio sono appunto i luoghi designati per questo rituale.


Le torri del silenzio è ambientato a Bombay nell’India degli anni Quaranta, subito prima dell’Indipendenza, anche se c’è una parte in cui il narratore rievoca la sua infanzia e una in cui arriva ai giorni nostri, come una specie di epilogo.

Il protagonista e narratore è Phiroze, il figlio di un sacerdote che volontariamente diventa un khandia, un portatore di cadaveri, per sposare la figlia di un khandia.

Il suo punto di vista ci aiuta a capire meglio le fissazioni della religione parsi nei confronti della purezza e dei relativi riti di purificazione. Infatti, un khandia ha il dovere di preservare i vivi dalla contaminazione dei morti, attirando però su di sé tutta l’impurezza (e quindi il disprezzo) possibile.

Il mondo dei portatori di cadaveri, che vanno a prendere a casa i morti per portarli alle torri del silenzio su un catafalco, è descritto con molta vivacità: al pari degli intoccabili induisti, sono dei reietti, impuri per il contatto con i cadaveri, che per di più non disdegnano l’alcol per affrontare un lavoro ingrato e faticoso.

Il tutto, sotto forma di diario, è trattato in modo ironico, nonostante le disgrazie che capitano, e nonostante l’ambientazione decisamente mortuaria.

Anzi, in realtà, proprio il ritrovarsi in mezzo ai morti è l’aspetto più originale di questo libro: cadaveri che cadono dal catafalco, morti trafugati in piena notte sono alcune delle scene tragicomiche dal sapore grottesco raccontate nel romanzo.

Inevitabilmente, vita e morte si intrecciano e si rincorrono nelle vicende familiari di Phiroze: non solo la morte dei cadaveri che deve trasportare, che alla fine sono solo delle comparse, ma anche quella dei membri della sua famiglia.Ma accanto alla morte, per Phiroze c’è l’amore: quello per la sua adorata moglie Seppy, così pieno e gioioso, anche quando diventa un triste ricordo e un vuoto incolmabile.

Le stesse torri del silenzio sono situate all’interno di un giardino lussureggiante, che sembra richiamare quello dell’Eden (con anche un serpente come protagonista): è qui che Phiroze troverà la gioia dell’amore e la delusione della morte.Allo stesso modo lo humor si mescola alla malinconia e Phiroze racconta con ironia anche tutte le sue inquietudini: quelle di quando era ragazzo e vagabondava per la città invece di studiare e quelle di un adulto rimasto vedovo con una figlia piccola.

Il risultato è un romanzo leggero, nonostante l’aleggiare continuo della morte, e molto leggibile, nonostante ci parli in continuazione, fra le righe, dell’impermanenza.

L’aspetto particolarmente interessante del romanzo è la descrizione di una comunità microscopica (quella dei khandia) all’interno di una comunità piccolissima (quella dei parsi): una minoranza dentro una minoranza.

Senza diritti e senza considerazione, tanto che il tentativo di sciopero messo in atto dai portatori di cadaveri non riesce ad avere alcun effetto.

La società parsi vista da un kandhia è decisamente ipocrita, legata a riti senza più senso recitati in lingue morte da migliaia di anni, all’ossessione nei confronti della purezza e della contaminazione, all’autorefenzialità e all’auto-segregazione.

Ma la ribellione che caratterizza Phiroze nei confronti viene sempre male espressa:  preferisce vagabondare che studiare, si ribella prima contro la famiglia per sposare Seppy e poi verso il consiglio dei parsi.Ma nessuno lo perdonerà: né il padre né il grande consiglio.

La riconciliazione non è prevista in una società tanto chiusa e bigotta da arrivare a decretare, come raccontano le ultime pagine del libro, la sua stessa estinzione.


Consigliato a chi vuole conoscere meglio il mondo dei parsi, a chi apprezza romanzi che sanno parlare in modo leggero di temi pesanti, come la morte e la sofferenza.

Cyrus Mistry è uno scrittore di famiglia parsi, nato a Bombay nel 1956. E’ il fratello dello scrittore Rohiton Mistry.
Ha scritto anche Le ceneri di Bombay.

Cyrus Mistry, Le torri del silenzio, Metropoli d’Asia 2013

(Edizione originale: Chronicle of a Corpse Bearer, 2013)

Traduzione di Giovanni Garbellini

250 pagg., 14,50 €

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Tratto dal blog Indian words – Leggere l’India