“Le linee d’ombra”, pubblicato nel 1988, è il secondo romanzo di Amitav Ghosh ed è ambientato fra Calcutta, Londra e Dacca.

Il protagonista del romanzo segue ammirato il cugino Tribid e i suoi racconti, viaggi reali e immaginari, le amicizie e le parentele che si snodano fra l’India e l’Inghilterra, le linee sul suo altante mondiale – quelle che separano gli Stati e quelle, che, misteriosamente, li uniscono.


Il titolo richiama un romanzo di Joseph Conrad, La linea d’ombra, che racconta il percorso interiore di un giovane a bordo di una nave nei mari fra Bangkok e Singapore, in attesa di diventare comandante.

Nel romanzo di Amitav Ghosh seguiamo il percorso di crescita di un altro giovane, nato a Calcutta, che deve districarsi in un mondo sempre più complesso. Qui però le linee d’ombra sono più di una, e vanno in direzioni diverse.

Per questo, bisognerebbe forse leggere questo splendido romanzo almeno due volte, una di seguito all’altra.

A una prima lettura, infatti, è più difficile disegnare tutte le linee immaginarie che attraversano situazioni e personaggi, che si snodano nel tempo nel loro ordine non cronologico che tocca eventi e tempi apparentemente diversi e distanti. Sono linee che giacciono dentro la storia, dietro la Storia.

Il cugino Tribid, con i suoi racconti, regala al protagonista del romanzo mondi per viaggiare e occhi per guardarli, con la sua fantasia da archeologo, ardita ma precisa, attenta ai più piccoli dettagli, con la certezza che non possiamo vedere nulla senza inventare ciò che guardiamo, “altrimenti non saremmo liberi dalle invenzioni degli altri“.

Londra è uno di questi mondi, immaginati, vissuti e reinventati, con cui tutti si devono confrontare, per poi decidere se rifiutare, sposare, cercare di capire o di fuggire.

E poi c’è Calcutta, che è casa, infanzia e famiglia, e Dacca, vicina ma lontanissima, al di là di un confine reso invalicabile dal tempo.

In questi luoghi non si può sapere se si va o se si torna, perché la differenza fra andare e venire, fra partenza e ritorno non è univoca quando le origini, inventate o reali, sono incerte, quando non si sa quale sia la periferia e quale il centro del mondo, del nostro mondo.

E i veri protagonisti solo allora ombre, assenze, vuoti, lacune, silenzi inspiegabili, in cui la Storia, dalla Seconda Guerra Mondiale ai “disordini” nel Pakistan Orientale (oggi Bangladesh), si insinua sottile, senza parole.

Alla fine, però, una partenza e ritorno ci sono, anche se l’uno non segue l’altra.

Sono anche la nostra partenza, il nostro ritorno: forse invece non bisognerebbe rileggerlo subito da capo, questo romanzo. Solo saperlo reinventare con i propri occhi.


Consigliato a chi ama una narrazione su più piani, a chi ama mappe e atlanti, a chi è attratto dalle linee d’ombra nascoste dentro la Storia.


Amitav Ghosh è nato a Calcutta nel 1965, ha studiato a Dehradun, Delhi e Oxford e ha vissuto in India, Iran, Egitto e Stati Uniti.

Ha scritto anche Lo schiavo del manoscritto, Il palazzo degli specchi, Cromosoma Calcutta, Il paese delle maree e la Triologia dell’oppio.


Amitav Ghosh, Le linee d’ombra, Einaudi 1998

(Edizione originale: Shadow Lines, 1988)

Traduzione di Anna Nadotti

9,50 euro, 341 pagg.

Per altri romanzi di Ghosh, leggi anche: Mare di papaveri di Amitav Ghosh


Tratto dal blog Indian words – Leggere l’India