Le prime potentissime pagine di questo romanzo ci portano nel cuore della campagna bengalese degli anni Sessanta.

Per capire le dinamiche familiari, politiche e sociali dell’epoca, avremo altre 600 pagine, ma all’inizio ce ne bastano solo tre per entrare nel vivo della questione, con la storia di Nitai Das, un contadino che, letteralmente ridotto alla fame, decide di ammazzare tutta la sua famiglia e se stesso piuttosto di continuare a vivere nella sofferenza.

La storia che Neel Mukherjee, scrittore indiano nato a Calcutta, racconta nel resto del libro non è però la sua.

Quella di Nitai Das è solo un prologo per introdurre la storia dei Ghosh, una ricca famiglia sulla via della decadenza nella Calcutta degli anni Sessanta, quando le rivolte di stampo maoista infiammavano la vita bengalese tranquilla e, fino ad allora, sempre uguale a se stessa.


Chi già conosce l’India, avrà sentito parlare dei naxaliti, i ribelli maoisti che dagli anni Sessanta a oggi lottano, in modo violento, contro le disuguaglianze della società indiana.

Con La vista degli altri entriamo proprio nella mente di Supratik, un rivoluzionario che racconta in prima persona le sue vicende al fianco dei contadini per educarli alla lotta di classe e spingerli a ribellarsi contro i padroni.

E’ attraverso il suo diario-epistolario che lo seguiamo nelle campagne, libretto rosso alla mano, a fare i conti con le malattie, la fede politica e le dinamiche di partito.

Ma ancora prima di arrivare a leggere le pagine scritte di suo pugno, insieme all’autore ci camuffiamo nella sua famiglia cittadina e borghese, quasi a spiare i vari personaggi che la compongono.

I Ghosh sono una sorta di Buddenbrook bengalesi. Sono una famiglia numerosa, formata da più generazioni che vivono nella stessa casa, tanto che ci vuole un albero genealogico all’inizio del libro per orientarsi e ci si mette un po’ a ricordarsi chi è figlio o fratello di chi.

I Ghosh sono una famiglia strettamente gerarchica, con una struttura che si riflette anche su come occupano la grande casa a tre piani: il padre e i fratelli maggiori ai piani più alti, la figlia non sposata e non sposabile (in quanto strabica e di pelle scura) a metà, mentre a piano terra, in una misera stanza, vive la vedova del figlio degenere, costretta a nutrirsi degli avanzi del resto della famiglia.

Se all’inizio può essere complicato ricordarsi di tutti, dopo alcune pagine diventa più facile, perché ognuno ha un ruolo prestabilito, un po’ come per le caste nella società indiana, quasi la famiglia ne fosse un piccolo modello.

I Ghosh hanno fatto fortuna con le cartiere nel passato, ma i tempi sono cambiati: i sindacati iniziano a rivendicare di diritti, le innovazioni tecnologiche non ripagano gli investimenti, la corruzione è sempre più forte e una certa avventatezza del padrone non aiutano gli affari.

Nell’affrontare le vicissitudini della famiglia Ghosh, conosciamo i diversi ruoli dei personaggi maschili: il padre-padrone, il figlio prediletto, il figlio degenere e depravato, il letterato bengalese perditempo, il tossicodipendente.

E ovviamente anche il rivoluzionario naxalita, che, man mano che ci addentriamo nella narrazione della storia della famiglia, sentiamo sempre più vicino per il suo giudizio sulla società indiana. Un giudizio pieno di contraddizioni, peraltro.

Come spesso accade nei grandi romanzi che descrivono le famiglie indiane, i personaggi femminili non sono certi secondari: ci ritroviamo fra cognate gelose, zitelle senza speranza, dolcissime vedove, madri affrante dal comportamento dei figli maschi.

Grazie a questo affresco familiare, che costituisce la parte più cospicua del romanzo, in contrappunto alla campagna bengalese nel diario di Supratik, cogliamo l’abisso fra i problemi dei Ghosh e quelli dei contadini: quali gioielli indossare, gli uni, come non morire di fame, gli altri.

Con Supratik queste due realtà distantissime diventano legate dal punto di vista narrativo, ma anche dal punto di vista logico: le miserie degli uni sono chiaramente colpa dei lussi degli altri.

Un senso di crudeltà pervade le pagine del romanzo: crudeltà che si esercita fra classi sociali diverse, ma anche all’interno della propria famiglia, fra padri e figli, fra suocere e nuore, fra mariti e mogli.

Ma La vita degli altri non è un romanzo politico.

Il racconto di Supratik è più un’educazione sentimentale (certo, di stampo maoista) che non un manifesto politico, mentre i conflitti familiari sono descritti attraverso le personalità dei vari protagonisti.

Alla fine, una presa di posizione dell’autore c’è, ma rimane giustamente ambigua perché la contraddizione di chi crede di essere al servizio dei poveri ma tradisce altri poveri è lampante.

Non ci sono buoni o cattivi, e ogni singolo personaggio rimane sempre umano, in una storia capace di commuovere profondamente.


Neel Mukherjee è nato a Calcutta nel 1970 e attualmente vive a Londra. Con La vita degli altri è stato finalista al Man Booker Prize nel 2014.


Consigliato a chi ama i romanzi lunghi e intricati, ricchi di filoni narrativi, di descrizioni vivide e piene di dettagli.


Neel Mukherjee, La vita degli altri, Neri Pozza 2016

Edizione originale: The lives of others, 2014

Traduzione di Norman Gobetti

608 pagg., 20 €