Non è un’autobiografia, non è un romanzo né un saggio sulla musica indiana: “La stanza della musica” è semplicemente un libro che apre una porta sul mondo della musica indiana, attraverso ricordi personali, biografie, aneddoti, leggende e spiegazioni storiche.

Namita Devidayal parte dal rapporto personale con la sua insegnante di canto per portarci a esplorare il mondo della musica indiana, in un racconto coinvolgente e molto umano.


 “Tornai a Kennedy Bridge la settimana successiva. Durante la nostra prima lezione, Dhondutai mi invitò a chiudere gli occhi e ad ascoltare il fedele compagno dei cantanti, il tanpura.

Io ero incuriosita dallo strumento, che somiglia a un sitar, ma produce solo quattro note, ripetute senza sosta.

Dhondutai passò le dita sulle corde e un suono grave, ritmico e ipnotico, prese a colmare la stanza, creando un costante mormorio di serenità.

Ben presto, tutti i rumori dell’ambiente – il ronzio del ventilatore, il ticchettare smorzato dell’orologio da tavolo, le grida occasionali dei bambini e degli ambulanti per la strada, il russare sommesso di Ayi, il sibilo della pentola a pressione in cucina – trovarono il loro posto in rapporto a quel suono di sottofondo.

Da allora in poi, il nostro linguaggio fu quello della musica.”

È attraverso le lezioni di Dhondutai, che Namita Devidayal entra nella “stanza della musica”, aprendo una porta su un mondo antico e affascinante.

È la madre dell’autrice a portarla, riluttante e a soli dieci anni, a lezione di canto da Dhondutai, erede dimenticata di una delle grandi scuole musicali dell’India.

Nel modesto appartamento di Dhondutai, inizialmente, più che note musicali e tanpura, sono il sorriso sdentato dell’anziana madre della maestra e un tempietto in miniatura popolato dalle statuette degli dèi ad affascinare la giovane Namita.

Ma avrà (e avremo) tempo per esplorare, capire e conoscere, perché “La stanza della musica” è soprattutto un viaggio attraverso raga, taan, note e ritmi musicali, attraverso la storia della musica vocale indiana e dei suoi maestri, senza mai scendere nei dettagli tecnici della composizione musicale, ma sempre respirandone le note.

Un viaggio che si compie attraverso i ricordi personali e gli aneddoti, che si perdono nel tempo e nella leggenda, per scoprire la storia delle varie scuole (i gharana) della musica indostana, prodotto di un favoloso sincretismo fra mondo musicale indù e musulmano.

È anche un viaggio attraverso Bombay e la sua gente, sopra i suoi treni affollati, per raggiungere la casa della maestra, che negli anni si sposta in luoghi diversi nella città, da Kennedy Bridge, quartiere malfamato pieno di bordelli e locali equivoci, fino a Shivaji Park, zona residenziale con un bellissimo parco per i concerti notturni di musica classica.

È soprattutto la storia di un rapporto umano, in un mondo che sta scomparendo, in cui è impossibile imparare l’arte tramite conservatori o piani di studi, ma solo tramite il rapporto allievo-guru, improntato alla devozione nei confronti del proprio maestro e anche alla sopportazione delle sue idiosincrasie e paranoie, così frequenti in un mondo di accesa rivalità fra maestri di scuole diverse.

È un viaggio nelle sette note indiane e un viaggio di parole, in cui non mancano parti descrittive e storiche, che in questo caso non tolgono niente alla narrazione, anzi, aggiungono informazioni e curiosità per tutti quelli che ancora non conoscono questo mondo ineffabile e la sua musica divina.


Consigliato a chi ama la musica, certamente, ma anche a chi vuole esplorare l’India entrando da una porta laterale, quella dell’arte musicale, in grado di rivelare storie, personaggi e realtà davvero molto indiani.


Namita Devidayal è nata nel 1968 a Bombay, si è laureata negli Stati Uniti e lavora come giornalista a Bombay al Times of India.

Ha scritto anche Dolceamaro a Bombay.


Namita Devidayal, La stanza della musica, Neri Pozza 2009

(Edizione originale: The music room, 2008)

Traduzione italiana di Federica Oddera

16, 50 euro, 303 pagg.

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Tratto dal blog Indian words – Leggere l’India