“La moglie” è un romanzo di Jumpha Lahiri, ambientato fra gli Stati Uniti e Calcutta.

E’ un libro delicato e profondo, che racconta la storia di due fratelli, Subhash e Udayan, nati a Calcutta a un anno di distanza l’uno dall’altro.

Quasi gemelli, almeno nel fisico, tanto che i parenti li confondono.

Ma i due fratelli sono in realtà molto diversi e le loro strade li porteranno molto lontani: uno si unirà alla lotta armata rivoluzionaria e l’altro proseguirà i suoi studi negli Stati Uniti.

La moglie di Udayan sarà l’unica cosa che li terrà uniti, una sorta di eredità fraterna, dopo la tragedia che separerà per sempre i due fratelli.


Due fratelli.

Uno riflessivo e studioso, l’altro irruento e rivoluzionario.

Uno che va a studiare negli Stati Uniti, l’altro che rimane nella sua Calcutta per cambiare l’India, e il mondo.

Una moglie, due genitori, una figlia e poi un’altra figlia.

Un po’ in America, nella quiete dell’oceano che si infrange sulle coste del Rhode Island, e nel mondo tranquillo dell’università.

Un po’ a Calcutta, e soprattutto nella “spianata”, che dà il titolo in inglese al romanzo (The Lowland), dove tutto tristemente si compie.

Non diciamo altro della trama, per non rovinare la lettura e alcune sorprese che si nascondono fra le pagine.

Non è certo un giallo e alla fine il pregio di questo romanzo sta nelle descrizioni sottili e precise dei personaggi, ma è anche la storia, con le scelte dei protagonisti (che a raccontarle in due righe potrebbero sembrare solo semplicemente assurde) a definire i due fratelli, la moglie, la figlia.

E’ un libro con uno stile perfettamente dosato, calmo, elegante, anche nei tumulti e nei decenni che la trama abbraccia, senza mai un solo tono eccessivo, quasi che Jhumpa Lahiri abbia paura di esporsi troppo e preferisca tenersi due passi indietro, un po’ come fanno i suoi personaggi, che cercano continuamente di proteggersi, di chiudersi nel loro lavoro, nelle loro abitudini, nelle loro scelte coraggiose, giuste, profonde e ardite ma sempre paradossalmente segrete.

E l’India, forse una presenza minoritaria dal punto di vista puramente quantitativo delle pagine, rimane il centro di tutto, il senso di tutto, il senso di un grandissimo non-senso, che guida le scelte e le ribellioni, che siano quelle della lotta armata rivoluzionaria o quelle più intime della vita familiare.

Il romanzo è commovente, nella parte finale e in vari momenti della lettura.

Alcuni hanno criticato questo romanzo per essere eccessivamente costruito. E’ vero, è costruito, molto. E bene, con abilità, con questo continuo passaggio fra l’America e Calcutta, queste contrapposizioni di personaggi, di passato e presente, con uno sfondo di temporale di quarant’anni che però lascia spazio, e tempo, alle minuzie della quotidianità.

Ma non per questo si può dire che sia finto: tutte queste solitudini e assenze che si rincorrono, per quanto in una trama orchestrata ad arte, sono profondamente autentiche, e vincono su tutto.


Consigliato a chi ama romanzi che raccontano storie familiari sullo sfondo della storia, a chi apprezza uno stile elegante e pacato nel raccontare anche le passioni più grandi, a chi ama Calcutta e la cultura bengalese.

Jhumpa Lahiri è nata a Londra nel 1967 da genitori bengalesi e ha vissuto a lungo negli Stati Uniti. Dal 2012 abita a Roma.

Ha vinto il premio Pulizer con la sua prima raccolta di racconti, L’interprete dei malanni, e dal suo romanzo L’omonimo la regista Mira Nair ha tratto il film Il destino del nome.

Ha scritto il suo ultimo libro, In altre parole, in lingua italiana.


Jhumpa Lahiri, La moglie, Guanda 2013

(Edizione originale: The lowland, 2013)

Traduzione di Maria Federica Oddera

pp. 432, € 18