Kolkata va veloce: la capitale culturale dell’India – Prima parte

Victoria Memorial

 

Articolo in 2 minuti – Fra le metropoli dell’India la meno visitata dagli italiani è Kolkata (la vecchia Calcutta).

Eppure Kolkata è una città molto interessante: è stata, ed è ancora, la capitale culturale dell’India, la città dei poeti e degli intellettuali. 

La ragione consiste probabilmente negli stereotipi che dipingono Calcutta come la città delle baraccoli e della povertà: il nostro immaginario è basato sull’opera di Madre Teresa e sul romanzo “La città della gioia”. 

Ma in realtà questi stereotipi sono superati e la Calcutta di oggi non è più “quella di Madre Teresa”.

La città è molto cambiata, come ci racconta una volontaria italiana delle Missionarie della Carità che vive a Kolkata da 18 anni.

Articolo pubblicato sul blog MilleOrienti, sul settimanale “Sette” e disponibile a questo indirizzo.


Per approfondireÈ stata la più grande città coloniale dell’Asia, capitale dell’India Britannica fino al 1911, e del suo passato imperiale conserva imponenti testimonianze architettoniche.

Ma soprattutto Calcutta (Kolkata, nella lingua del Bengala) è stata la capitale culturale dell’India, e per molti aspetti lo è tutt’oggi, grazie alla sua raffinata letteratura, alle sue gallerie d’arte moderna, alla sua produzione cinematografica d’autore (diversa da quella di Bollywood in ogni campo: contenutistico, stilistico, industriale).

Del resto, un elenco degli intellettuali di statura mondiale cresciuti in città sarebbe lungo, basta perciò limitarsi ai più noti: si va dal poeta e romanziere Tagore, premio Nobel per la Letteratura nel 1913, a registi come Satyajit Ray, premiato in tutti i festival del mondo (Venezia compresa) e a Hollywood con l’Oscar alla Carriera nel 1992, e si arriva fino ad Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia nel 1998, e ad Amitav Ghosh, scrittore contemporaneo tradotto in tutto il mondo, Italia inclusa.

Quanto all’economia, Calcutta e il Bengala Occidentale – lo Stato indiano di cui è capitale – corrono come un treno ad alta velocità.

Secondo i dati diffusi dall’autorevole quotidiano Times of India il 5 aprile 2015, il Pil del Bengala dal 2012 è cresciuto del 7,6% annuo (più della media indiana), il comparto industriale del 6,2%, il settore dei servizi del 9,4%.

Eppure, se chiedete a un italiano che immagine abbia di Calcutta, vi risponderà più o meno questo: «La città della gioia di Lapierre, la città di Madre Teresa di Calcutta: una città di senzatetto, di malati, di guidatori di risciò e di lebbrosi…».

Intendiamoci: sarebbe davvero ingeneroso attribuire la “colpa” di questa nostra rappresentazione di Calcutta – quantomeno molto riduttiva – alla grande opera compiuta da Madre Teresa con le sue Missionarie della Carità, opera che le ha meritato il Nobel per la Pace nel 1979.

Piuttosto, la nostra percezione di Calcutta è stata in qualche modo distorta dal bel romanzo di Dominique Lapierre “La città della gioia”, che ebbe enorme diffusione alla fine del secolo scorso; pubblicato per la prima volta nel 1985, poi ristampato ovunque e infine trasposto al cinema nel film omonimo.

In quel romanzo parzialmente autobiografico, ambientato negli anni Settanta, Lapierre faceva agire i suoi personaggi in una drammatica realtà che egli stesso aveva conosciuto bene, “La città della gioia” appunto, com’era chiamata la più vasta baraccopoli di Calcutta.

I poveri, i malati, gli “ultimi fra gli ultimi” che vivevano in questa bidonville facevano parte di quel mondo di diseredati a cui si è dedicata anche Madre Teresa per alleviarne le sofferenze, con i grandi risultati che sappiamo.

Ma l’errore di noi occidentali sta nel confondere la parte con il tutto, cioè nel pensare che Calcutta stessa sia una specie di immensa baraccopoli.

La realtà odierna della metropoli bengalese è ben diversa, e a dirlo, oltre ai numeri dell’economia, è proprio una volontaria di Madre Teresa: la padovana Teresa Volpato.

Alle sue spalle ha una storia che merita di essere raccontata. «Arrivai qui a Calcutta 18 anni fa con un viaggio di gruppo, per una vacanza che doveva durare 20 giorni», dice.

La Signora Teresa Volpato volontaria in una Casa di Madre Teresa di Calcutta. Foto di Elena Bianco

«Ma poi venimmo a visitare questa casa, che all’epoca era la prima delle 22 Case di Madre Teresa oggi esistenti a Calcutta e… incontrammo proprio lei, già molto anziana.

Conoscerla fu un’esperienza fulminante. Quando vidi cosa faceva e come lo faceva, le chiesi: “Come posso aiutarti?”. Lei mi rispose con un sorriso semplice: “Benvenuta. Se vuoi, puoi cominciare anche domani”. E così ho fatto.

Il giorno dopo ho lasciato il gruppo e sono rimasta qui a lavorare come infermiera. I miei 20 giorni sono diventati 18 anni. E in tutti questi anni», continua la signora Volpato, «ho visto l’India e Calcutta cambiare grazie al boom economico: oggi in città non c’è nemmeno la metà della povertà che trovai quando arrivai qui.

Ma mentre l’India corre, i nostri ospiti rimangono fermi: sono gli anziani senzatetto, i malati abbandonati da tutti. Noi cerchiamo di ridare speranza agli esclusi, anche se ancora oggi non abbiamo abbastanza medici volontari».

Nella prossima puntata su Kolkata, vedremo come la città sta cambiando grazie al rinnovamento dell’economia, della tecnologia e dell’arte. 

Leggi anche: 10 cose da fare a Calcutta

 


Tutte le immagini sono tratte dall’articolo originale.

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