Articolo in 2 minuti – Come in molte altre parti del mondo i numerosi fedeli musulmani indiani stanno osservando il digiuno tipico di questo mese. Mentre la società indiana è a maggioranza induista, la comunità islamica, con i suoi 170 milioni di membri, costituisce più del 10% della popolazione nazionale.

Nonostante una lunga storia di convivenza tra musulmani e indù, dall’indipendenza di India e Pakistan, nel 1947, le relazioni tra questi gruppi religiosi hanno conosciuto un rapido deterioramento.

La recente elezione del nazionalista indù Narendra Modi a primo ministro indiano non lascia presagire una facile riconciliazione tra queste due comunità.

 


 

Per approfondire – Old Delhi, Jama Masjid. La moschea più grande dell’India un paio d’ore prima del tramonto. Un continuo via vai di fedeli intasa i quattro ingressi della moschea, mentre centinaia di persone aspettano sedute sulle gradinate che portano alla spianata principale.

Da poco è iniziato il Ramadan. Per 29 giorni milioni di fedeli musulmani ai quattro angoli del pianeta celebreranno questo mese sacro, riavvicinandosi tra loro e rafforzando il vincolo con la propria religione. Seguendo una tradizione millenaria, moltissimi fedeli digiuneranno dall’alba al tramonto per l’intera durata del Ramadan.

A Delhi, la comunità islamica si concentra nella zona più vecchia della città dove, tra vicoli e palazzi antichi, si riesce a parcepire il contrasto con le zone a prevalenza induista.

Qua non ci sono mucche che camminano beate per strada, essendo queste forse consapevoli che, tra i membri della comunità musulmana, non godono della stessa immunità sancita dall’induismo.

Numerosissimi venditori di strada espongono la loro merce, tra cui spiccano poster rappresentanti La Mecca, spiedini di pollo e formaggio, datteri e abiti dalla foggia musulmana.

Questa zona della città è forse ancora più affollata delle altre. Intorno alla Jama Masjid, commercianti di ogni sorta sono immersi nei loro affari, facchini trasportano carichi immensi di merci, mentre autisti di risciò trainati da biciclette pedalano in mezzo a un traffico di persone, moto e qualche capra.

Durante il Ramadan, è proprio poco prima del tramonto che questa parte della città si risveglia. In molti si apprestano a comprare acqua e datteri, il frutto con il quale tradizionalmente si interrompe il digiuno quotidiano.

I venditori ambulanti di cibo cucinano stoicamente pietanze che ancora non possono mangiare, ma che sanno che in molti compreranno non appena il sole lascerà l’India.

Mentre l’ora del tramonto si avvicina, chi non entra nella moschea per la tradizionale preghiera serale, si siede con amici e familiari, sistemando acqua, datteri, riso, pane e spiedini di pollo di fronte a sé, aspettando pazientemente.

E poi, il rumore di uno sparo. Le luci della moschea si illuminano. La voce del muezzin inizia a cantare e dal suo minareto raggiungerà tutti gli angoli di Old Delhi, per gridare al mondo che Allah è grande. Il sole è tramontato e il digiuno è finito.

Con un sospiro di sollievo, i fedeli bevono il primo sorso d’acqua del giorno, in una Delhi in cui il monsone si sta ancora facendo aspettare. Intorno alla moschea si vedono solo persone dedite alla convivialità di un pasto atteso per più di 15 ore.

Come a Delhi, fedeli musulmani in tutta l’India stanno osservando il periodo di digiuno del Ramadan. Nonostante l’India sia a maggioranza indù, essa ospita comunque la seconda comunità islamica più grande del mondo, superata solo dall’Indonesia. E con i suoi 177 milioni di musulmani, l’India conta all’incirca il 10% della popolazione musulmana mondiale.

La presenza islamica all’interno del Paese ha una storia che parte dalla prima metà dello scorso millennio con i cinque sultanati di Delhi (1206-1526), epoca in cui gruppi di potere a stampo musulmano si insediarono in parte dell’India del Nord.

A questi seguì poi la dinastia Moghul, anch’essa caratterizzata dall’appartenenza all’islam, che per più di tre secoli regnò su buona parte del subcontinente indiano. Durante lo scorso millennio, la civilizzazione musulmana crebbe notevolmente, dando vita nel corso dei secoli a numerosi scambi religiosi e culturali con il gruppo maggioritario induista.

Nonostante una storia comune lunga quasi un millennio, alla fine dell’epoca coloniale britannica vi fu un periodo di forte tensione tra le comunità indù e musulmana.

A partire dagli inizi del diciannovesimo secolo, queste due comunità iniziarono a distanizarsi sempre di più, fazioni politiche a stampo religioso si consolidarono e nel 1940, per la prima volta, venne proposta dai rappresentati della Lega Islamica la “teoria delle due nazioni”, secondo cui le zone dell’India britannica caratterizzate da una forte presenza musulmana avrebbero dovuto costituire una nazione indipendente e separata dall’India.

Fu in seguito a queste dichiarazioni che, con l’appoggio della potenza uscente britannica, nell’agosto 1947 nacquero due diversi stati: il 15 agosto l’India ottenne l’indipendenza e il 14 agosto, con un giorno di anticipo rispetto alla nuova India, venne proclamato il Dominion del Pakistan.

Quest’ultimo, formato in un primo momento da Pakistan Occidentale (attuale Pakistan) e Orientale (che nel 1971 divenne l’attuale Bangladesh), era caratterizzato da una forte presenza musulmana, mentre l’India, seppur dichiaratasi stato laico, era ed è caratterizzata da una fortissima maggioranza indù.

La partizione dell’India britannica fu tutt’altro che indolore: milioni di induisti e musulmani che si trovavano sul versante sbagliato della nuova frontiera vennero massacrati in attacchi che si diffusero sia in India che in Pakistan, e ancor più persone dovettero scappare dalle loro case per diventare rifugiati religiosi in India, se induisti o in Pakistan, se musulmani.

Nonostante ciò, la presenza musulmana in India non si estinse nel 1947, e milioni di musulmani in tutto il Paese decisero di non abbandonare le loro radici per poi diventare rifugiati in Pakistan. É per questo che, ad oggi, l’India conta ancora una forte presenza musulmana sparsa eterogeneamente sul territorio nazionale.

Negli ultimi decenni le relazioni tra la minoranza islamica e i governi centrali e locali a matrice induista hanno spesso raggiunto punti di forte tensione.

Tra gli episodi che hanno inasprito le relazioni tra le due controparti, figurano lo scampato attentato al parlamento indiano del 2001, che secondo la versione ufficiale è legato a gruppi terroristici pakistani, senza che però vi siano prove tangibili per questa imputazione; il pogrom scatenato contro la popolazione musulmana avvenuto in Gujarat nel 2002, in cui migliaia di musulmani vennero massacrati da una folla inferocita; i ripetuti scontri tra la popolazione independentista islamica del Kashmir e il governo centrale e locale.

Queste frizioni tra la minoranza musulmana e i gruppi di potere, spesso a matrice induista, sono alimentate, in buona parte, dai rapporti, quantomeno astiosi, che ancora oggi caratterizzano le relazioni indo-pakistane. Dal 1947, numerosi sono stati i conflitti tra i due Paesi, spesso sorti da dispute territoriali, e alla fine degli anni ’90 le due nazioni furono sull’orlo di uno scontro nucleare.

Le cattive relazioni con il vicino islamico di certo non rendono facile e ben accetta la presenza di una così grande comunità musulmana sul territorio indiano: quest’ultima ricopre spesso il ruolo di capro espiatorio per quanto di male avviene all’interno del Paese.

Inoltre, il fatto che la società musulmana indiana sia il gruppo a più rapida crescita demografica del Paese fa sì che in molti si siano lasciati convincere dalle voci allarmistiche che prevedono che il gruppo induista, che oggi costituisce l’85% della popolazione indiana, possa presto diventare una minoranza all’interno dell’India stessa.

Ciò fa sì che le comunità musulmane in varie parti del Paese siano spesso marginalizzate o, più o meno consapevolmente, dimenticate dalle politiche di sviluppo locali e difficilmente si possono incontrare gruppi musulmani all’interno della nuova classe medio alta.

Le previsioni per i prossimi anni non sono di certo rosee: il nuovo primo ministro indiano, Narendra Modi, è infatti l’ex governatore del Gujarat a cui è stata imputata la colpa di non aver saputo – o voluto – fermare lo sterminio della comunità islamica durante gli scontri del 2002.

L’affiliazione di Modi a gruppi paramilitari e nazionalisti indù e le aperte dichiarazioni di voler omologare quanto più possibile la popolazione indiana agli standard induisti lasciano presagire che per le comunità musulmane sarà difficile alzare la propria voce, in caso di future discriminazioni.

Per approfondire, su Narendra Modi leggi anche: Chi è il Primo Ministro indiano Narendra Modi?


Immagine tratta da “Indian bishop: praying for Syria during Ramadan”, Asianews.it