Divertente, simpatico e intelligente, “Il gioco di Ayyan” è la storia di un dalit (cioè un intoccabile, un fuori casta) che lavora come umile impiegato tuttofare nell’Istituto per la Teoria e la Ricerca di Bombay: un centro di ricerca popolato da scienziati di alto livello, tutti bramini (appartenenti quindi alla casta più alta).

Il romanzo d’esordio del giornalista Manu Joseph, dal titolo originale Serious Men, ha vinto il premio letterario indiano “The Hindu Best Fiction Award” ed è stato tradotto in Italia da una casa editrice che si occupa principalmente di scienza: Edizioni Dedalo.




Il cuore del libro è costituito dal mondo degli scienziati, con le loro guerre interne, i loro assurdi modi di dire e di pensare.

Un mondo che si intreccia con le questioni di casta (scienziati bramini che pensano che i dalit non siano intelligenti come loro e che le quote non funzionino perché ammazzano il merito), questioni di genere (sono tutti uomini, tranne la bella e giovane Oparna, unica ricercatrice donna dell’istituto su cui tutti puntano costantemente gli occhi) e questioni politico-ministeriali e di potere, caratteristiche dell’India burocatica e gerarchica.

Ayyan osserva i suoi superiori impegnati nella ricerca della verità, anche se è convinto che la verità non esista (esiste solo la sua ricerca: ognuno ha la sua strana occupazione nella vita) e si prende ogni giorno le sue piccole rivincite contro i bramini.

Scrive dei “pensieri del giorno” (è uno dei suoi compiti) fittizi, mettendo in bocca a Einstein osservazioni contro i bramini, e spia ciò che bolle in pentola dietro le quinte dell’istituto, autotelefonandosi sul cellulare per sentire conversazioni segrete.

Osserva divertito sia gli intrallazzi della bella Oparna sia la “guerra dei bramini”, cioè la lotta fra le due fazioni dell’istituto: Pallone contro Orecchio, cioè fra chi vuole mandare dei palloni al di sopra dell’atmosfera a raccogliere materiale biologico e chi invece punterebbe tutto sui radiotelescopi a terra.

Fino al punto che, con una serie di stratagemmi, riuscirà a incastrare, ma anche a salvare, la vita del capo dell’istituto e farà credere a tutti che il figlio di 11 anni è un genio matematico (è questo il gioco del titolo italiano).

Ayyan usa la furbizia per girare a suo favore le debolezze dei bramini, le loro rivalità e meschinità.

Manu Joseph usa i clichè su bramini e intoccabili in modo consapevole e disincantato: non è di certo la storia del povero intoccabile, puro e innocente.

Ambientato fra i sottoscala dell’istituto, fra la minuscola stanza del chawl (il condomimio popolare sovraffollato), dove vive Ayyan e una Bombay protesa sul mare e bagnata dal monsone, “Il gioco di Ayyan” è divertente e leggero, spesso con toni da commedia, a tratti amaro, ma tutto sommato benevolo.

A dimostrare che l’arma dell’ironia funziona benissimo per descrivere la questione delle caste, in modo intelligente e sottile.


Consigliato a chi apprezza l’ironia e a chi vuole approfondire la questione delle caste in modo originale. 


Manu Joseph è nato in Kerala nel 1974 e vive a Delhi. Lavora come giornalista, scrive sul New York Times e sull’Hindustan Times. Con Il gioco di Ayyan, suo romanzo d’esordio, ha vinto i premi letterari  The Hindu Literary Prize e il PEN/Open Book Award. Ha scritto anche The illicit happyness of other people, non tradotto in italiano.


Manu Joseph, Il gioco di Ayyan, Dedalo 2011

(Edizione originale: Serious men, 2010)

Traduzione italiana di Laura Bussotti

16,50 euro, 344 pagg.

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Tratto dal blog Indian words – Leggere l’India