Il dio delle piccole cose è il romanzo d’esordio di Arundhati Roy. Nel 1997 ha vinto il Booker Prize, uno dei più prestigiosi premi letterari internazionali, diventando così un grande successo in tutto il mondo.

Il dio delle piccole cose racconta le vicende di due gemelli, un maschio e una femmina, sullo sfondo del Kerala alla fine anni Settanta, in cui convivono intoccabili, comunisti, induisti, cattolici, ex-studenti di Oxford, turisti, imprenditori e mendicanti senza braccia.


Nel Dio delle piccole cose Arundhati Roy descrive il mondo visto dagli occhi di due gemelli, due bambini legati da un filo quasi magico. Il punto di vista è il loro, unico, quasi fossero “una rara specie di gemelli siamesi, separati nel corpo, ma con identità fuse insieme”.

I protagonisti della storia sono infatti i due gemelli Estha e Rahel, che vivono in contesto familiare borghese non convenzionale nell’India del Sud degli anni Sessanta. Ammu, la madre, è scappata dal marito violento e ha una storia d’amore considerata proibita, in un contesto conservatore di rispetto delle caste e delle tradizioni.

Estha e Rahel si scontrano, bambini, con la voglia di sognare e di prepararsi alla vita, con l’affetto premuroso e scostante della madre in cerca d’amore, con gli entusiasmi dello zio diviso fra gli ideali di democrazia e le necessità personali, con la morte della loro cuginetta inglese venuta da Londra, con la crudeltà dell’uomo e della natura.

Una tragedia li separerà, ma non per sempre:  si rincontreranno da adulti, nel grande silenzio del dolore.

Arundhati Roy srotola una storia intensa, affascinante e magica, di cui si intravvedono la conclusione e le motivazioni, di cui la fine si sa già dall’inizio, senza però poterla capire, con un taglio a metà fra realismo e ipnosi.

L’aspetto più riuscito è l’architettura del romanzo che comprime e dilata i tempi con continui salti temporali, in modo che il lettore si trovi ad avere a che fare nella stessa pagina con fatti successi a distanza di giorni o di anni.

La prosa di Arundhati Roy è poi semplicemente strepitosa. L’uso delle maiuscole, la punteggiatura, la scelta degli aggettivi riescono a creare una scrittura originale, potente e curatissima.

Leggendo il libro si sente in bocca uno strano sapore: è il sapore del fiume delle ultime pagine, scuro, vischioso, talvolta gonfio di fango, talvolta di noci di cocco e bambù, portatore di vita e di morte. È il sapore di “dolcenausea, come rose vecchie nella brezza”.

Il dio delle piccole cose rimane, a distanza di quasi vent’anni dalla sua pubblicazione, uno dei romanzi indiani contemporanei più commoventi, che ci mostra come ogni aspetto dell’India sia vita e morte insieme: i fiumi, le tradizioni, la colonizzazione, il marxismo, le lotte sindacali, l’influenza inglese, i monsoni, l’emigrazione, le caste, il cristianesimo, le altre religioni.


Consigliato a chi sa aspettare i ritmi di una storia narrata in modo non cronologico, a chi apprezza uno stile letterario intenso e originale, a tutti quelli che vogliono visitare il Kerala.


Arundhati Roy è nata in Kerala nel 1959, si è laureata in architettura a Delhi, dove vive attualmente.

Il dio delle piccole cose è stato il suo unico romanzo: dopo aver vinto il Booker Prize, ha preferito dedicarsi a scrivere saggi su questioni politiche-sociali, che affiancano il suo impegno da attivista contro la globalizzazione e le politiche neoliberiste.


Arundhati Roy, Il dio delle piccole cose, Guanda 1997

(Edizione originale: The God of Small Things, 1997)

Traduzione di Chiara Gabutti

360 pagg., 16,50 €

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Tratto dal blog Indian words – Leggere l’India