Impresa sociale: si può fare impresa, rispettando le regole del mercato, e contribuire alla soluzione di un problema sociale?

Per rispondere a questa domanda, la nostra inviata Gemma D’Alessandro ci racconta l’esperienza di Stefano Funari, fondatore di I was a Sari, impresa sociale indiana di successo nel campo della moda, nata per migliorare la condizione delle donne provenienti da situazioni di svantaggio economico e sociale.

Stefano ci risponde volentieri nel tardo pomeriggio di una caldissima giornata indiana. Nella stessa stanza un gruppo di suoi collaboratori è intento nello smistamento dell’ultimo carico di sari selezionati.

Stefano, grazie per aver accolto il nostro invito. Siamo felici di raccontare ai nostri lettori la tua esperienza. Cominciamo dal tuo background: come sei arrivato in India e qual è stato il percorso che ti ha portato all’imprenditoria sociale?

Si tratta di un percorso iniziato vent’anni fa, dopo esperienze di lavoro in Siria e in Nord Africa. Mi ha motivato sempre la voglia di lavorare su progetti ad alto impatto sociale. Ho iniziato a interessarmi ai modelli d’impresa sociale, ancora poco sperimentati all’epoca, perché subito mi sono reso conto di non essere adatto a lavorare in una tipica realtà no profit (ONG), io che provengo da un contesto aziendale.

Lavoravo come top manager, in Svizzera, nel settore media. Nel 2007, durante un anno sabatico, ho avuto l’opportunità di venire in India a lavorare sul tema del turismo sostenibile per conto di una fondazione bancaria indiana – un’esperienza interessante che mi ha dato modo di viaggiare molto e di conoscere l’India rurale.

È stato allora che hai deciso di restare?

La scelta di tornare in India è avvenuta successivamente ed è stata piuttosto razionale. Ci sono tornato quattro anni dopo, nel 2011, quando ho deciso di lasciare l’azienda per cui lavoravo. Volevo dedicarmi al sociale, anche se non avevo ben chiaro come. L’India mi sembrava il luogo ideale con un evidente fabbisogno sociale e senza troppi ostacoli burocratici.

L’intenzione era di fare un’esperienza di pochi mesi nell’NGO Community Outreach Programme di Mumbai, un’organizzazione medio piccola, con dinamiche decisionali snelle e rispondenti al mio desiderio di non rimanere più impigliato nei processi organizzativi tipici di una grossa azienda. Avevo voglia di vedere i risultati del mio intervento.

I mesi sono poi diventati anni durante i quali ho seguito e coordinato tutte le attività di business development dell’NGO facendola crescere significativamente in termini di raccolta fondi, occupandoci sempre di bambini e donne di slum.

Un’esperienza con molte sfide e soddisfazioni, ma non ero sempre convinto dei risultati: volevo che i beneficiari delle nostre azioni diventassero autonomi, essi stessi motori del cambiamento.

Un giorno perciò sono tornato all’interrogativo che mi ponevo da sempre: se fosse possibile avventurarmi in un modello d’impresa sostenibile, per continuare a sviluppare i progetti d’inclusione sociale che mi stavano a cuore.

Com’è nata l’idea di I was a Sari, avevi già esperienza nel fashion industry?

Nessuna esperienza pregressa nel fashion. Io ho messo in campo quello che sapevo fare come manager, con la voglia di sperimentare un modello innovativo, scegliendo di affidare ad altri le competenze di settore. Ma il tutto non è stato così fluido come appare ora, mentre ve lo racconto.

Un giorno mi sono accorto in un mercato mumbaita di una bottega che vendeva grossi bundle di sari usati. I was a Sari è nata dall’idea del riciclo dei sari, anzi meglio dell’”upcycle”, che poi ho scoperto essere una pratica molto radicata nella tradizione indiana, cioè recuperare sari usati per creare accessori e abbigliamento di moda. Nel caso nostro, si tratta di prodotti che si distanziano dalla moda etnica, a favore di un posizionamento più ampio nella moda contemporanea.

In che senso I was a Sari è un’impresa sociale?

I was a Sari nasce come progetto di emancipazione femminile per donne provenienti da situazioni di disagio sociale. Le nostre sarte vengono tutte formate praticamente da zero, con corsi di formazione professionali e qualificanti sul mercato del lavoro. I was a Sari è “impresa” perché ci muoviamo all’interno del mercato e abbiamo quindi l’obiettivo di generare un profitto, con prodotti di qualità e personale adeguatamente formato, inquadrato e remunerato. Una situazione rara per progetti simili gestiti nel non profit, per diversi limiti strutturali che sarebbe lungo esaminare qui.

L’anima “sociale” di I was a Sari sta nell’essere un’impresa sociale secondo la definizione del Nobel prof. Yunus: il profitto, al netto dei costi, non genera dividendi e viene interamente reinvestito per estendere e rafforzare l’impatto sociale. Qui vorrei precisare che la formazione al lavoro di donne che provengono da condizioni di svantaggio sociale, da generazioni escluse dal mercato del lavoro, non si esaurisce nell’apprendimento del mestiere. Si tratta di donne in balìa della famiglia e della comunità di appartenenza, in un contesto sociale che di norma è contro l’emancipazione femminile. Per creare un vero impatto sociale, ovvero delle reali opportunità di income generation per queste donne, dobbiamo occuparci anche di migliorare le loro generali condizioni di vita. Si tratta quindi anche di fornire assistenza in tema di diritti, salute, sanità. Inoltre, ci piacerebbe tendere verso un modello aziendale che premi le lavoratrici più meritevoli con una sorta di benefit aggiuntivi, per esempio, con contributi economici alle spese per l’educazione dei figli.

Tornando ai vostri prodotti, il nome I was a Sari è ben rappresentativo del significato del brand…

Sì, il nome e il logo sono nati dalla proficua collaborazione con il Fashion in Progress Collective (Fip Collective) del Politecnico di Milano, a cui mi sono affidato dall’inizio, nel 2012, per le competenze tecniche di settore, dal design alla produzione. La prima linea di prodotti, che abbiamo messo sul mercato nel 2013, è stata disegnata e realizzata dal Fip Collective, incontrando subito un discreto successo di vendite.

Nel tempo abbiamo sperimentato insieme nuovi prodotti che ci hanno aiutato a definire meglio il posizionamento del brand. Il coinvolgimento dei giovani designer del Fip Collective è stato importante anche per il trasferimento graduale delle competenze alle prime donne indiane impiegate nella produzione, occasioni uniche e di forte motivazione per le nostre lavoratrici.

Successivamente ho azzardato qualche esperimento, in stile “copy with pride”, creando una linea di sciarpe e foulard, capi non difficili da realizzare, ma che esigono un controllo di qualità ugualmente elevato. E’ stata l’occasione per approfondire tutti gli aspetti tecnici su qualità, processi e normative. Nel contempo, i nostri nuovi capi sono piaciuti al punto che ci siamo trovati di fronte a centinaia di nuovi ordini inaspettati.

Ho quindi colto la sfida assieme ad un socio indiano, con cui ho creato nel 2016 una Private Limited Company, 2nd Innings Handicrafts Pvt Ltd, che oggi gestisce il brand nel rispetto di tutte le normative necessarie per distribuzione e commercializzazione internazionale.

I capi della vostra collezione 2017 sono molto belli e l’attenzione per il design e la qualità è stata premiata alla prestigiosa Lakme Fashion week 2017 a Mumbai. Quali sono i tratti distintivi di I was a Sari?

I was a Sari è un brand legato alla tradizione del sari, abito simbolo della tradizione indiana di abbigliamento femminile, ma con un posizionamento sul mercato del tutto indipendente dallo stile tradizionale indiano. Il nostro prodotto comunica l’anima sociale di I was a Sari solo in un secondo momento: vogliamo che il cliente si accorga di noi prima per la bellezza, l’unicità e la qualità dei nostri prodotti.

La storia racchiusa dietro ogni prodotto, parte integrante dell’identità del brand, vogliamo che sia una scoperta successiva. Inoltre, la nostra scelta è di continuare ad avere prezzi accessibili, verso una sempre maggiore attenzione al design e al packaging.

A proposito del prezzo, che cosa ne pensi della critica rivolta il più delle volte ai brand di moda etica di avere prezzi alti?

Le imprese sociali di fatto sostengono costi maggiori rispetto a quelle tradizionali e posso confermarlo anche dalla mia esperienza con I was a Sari: i costi di produzione tendono ad essere più elevati rispetto a quelli di un’azienda standard, per vari motivi. Per esempio, la formazione di personale che non ha alcuna esperienza lavorativa pregressa, e nessuna conoscenza delle regole del mercato, richiede tempi lunghi con un rischio di inefficienza non trascurabile.

Ma noi non possiamo trascurare la nostra vocazione sociale, voler favorire l’inclusione sociale di queste persone è la nostra ragion d’essere! E’ il motivo per cui, anche se spesso ci viene detto che potremmo applicare prezzi più alti, noi abbiamo scelto di mantenere prezzi accessibili, impegnandoci ad adottare una gestione che consenta di dare lavoro a più persone tendendo sotto controllo le inefficienze.

Siete riusciti a trovare questo equilibrio? I was a Sari ha raggiunto gli obiettivi di sostenibilità?

Abbiamo ancora qualche passo da fare, ma la direzione è quella giusta, perché gli ordini sono in crescita. Stiamo lavorando al nostro sito e-commerce e all’ottimizzazione dei flussi di controllo di qualità. Sul fronte della produzione, abbiamo creato quattro nuovi laboratori che si sono aggiunti al primo, dislocati in zone diverse della città di Mumbai, in modo da operare all’interno delle realtà sociali in cui vogliamo creare impatto.

Il percorso di crescita che seguiamo non può prescindere dalla nostra anima sociale: si tratta perciò di un’accelerazione “organica”, che tiene conto dei costi che sappiamo di dover sostenere, sia per adempiere alla nostra missione sociale, sia per garantire professionalità a livello del mercato.

Quali sono le partnership più importanti e dove possiamo trovare i vostri prodotti?

Oltre la partnership già citata con il Fip Collective del Politecnico di Milano, sicuramente un’altra partnership importante per noi è con Oxfam Italia, che importa e distribuisce i nostri prodotti sul canale del fair trade italiano.

Potete trovare i nostri capi in Italia nel circuito dei negozi di Altro Mercato e, in attesa del nostro sito e-commerce, chiunque può comprare i nostri prodotti più popolari online su Etsy.com da foulard e gioielli, a borse e porta tappetini per yoga.


Foto Credits: Pietro Baroni