“Hotel Calcutta” è un romanzo che fa rivivere la Calcutta luccicante, sofisticata e ipocrita degli anni Cinquanta, vista da dietro il bancone di un hotel.

Mani Shankar Mukherji, grande scrittore bengalese più conosciuto con il nome di Sankar, scrisse questo romanzo in bengalese nel 1962 con il titolo Chowringhee (dal nome del quartiere di Calcutta).

Il libro ebbe un grande successo e nel 1968 ne fu tratto un film. Il libro è stato tradotto in inglese solo nel 2007, e nel 2010 ritradotto anche in italiano.


Descrivere la vita attraverso gli eventi e i personaggi che si incontrano in un grande albergo è un sicuramente un’idea suggestiva e intrigante.

Ma tutto diventa ancora più interessante, se l’hotel in questione è lo Shahjahan della Calcutta degli anni Cinquanta, e se gli occhi che guardano la gente che viene e che va sono quelli di Shankar, giovane impiegato – quasi per caso – nell’albergo più prestigioso della città, “un palazzo in cui avrebbero potuto risiedere il nimaz o il maharaja di Baroda senza sacrificare la propria gloria o la propria magnificenza“.

Lo Shahjahan diventa per Shankar un luogo di lavoro e di crescita, dove abbondano le occasioni di incontrare persone particolari: ballerine e nani per le serate di cabaret, grandi industriali che combattono giochi d’amore e di potere fra le suite numero uno e la suite numero due, star del cinema in crisi con il marito, responsabili dell’Organizzanizzazione Mondiale della Sanità con un passato commovente, mogli di ricchi divise fra le cene di beneficienza per scopi umanitari e incontri segreti con gli amanti, hostess di compagnie aeree sempre in giro per il mondo.

Tutto si intreccia fra arrivi notturni, pranzi di gala, ricevimenti e cocktail, fra le leggi proibizioniste sugli alcolici, i fiumi di whisky e la riservata complicità del personale dell’albergo.

Ma le storie più affascinati sono quelle di chi nell’albergo ci lavora o, meglio, ci vive: il direttore Marco Polo, un orfano dal passato particolare, Rosie, la segretaria dalla pelle scura scappata e poi tornata, Natahari, il bramino che è finito a occuparsi delle federe dei cuscini e di come abbinarle al colore delle tende, Gomez, il musicista con la passione per Händel e Beethoven, e il sempre presente Bose-da, receptionist e mentore del nostro narratore.

Hotel Calcutta è un romanzo imperdibile, soprattutto per il fascino dei tanti personaggi, così vivi che sembrano saltare fuori dalle pagine, per poi rituffarcisi dentro con le loro occupazioni, paranoie e storie commoventi da seguire.

Il protagonista, entrato come ingenuo ragazzino alla ricerca di un lavoro, matura a poco a poco confrontandosi dolorosamente con un mondo in cui il passato scivola via velocemente, un mondo in cui tutto scorre, senza sconti per nessuno.

E come lui stesso dice, diventa capace, con un po’ di egoismo, di infliggere ai suoi lettori le gioie e i dolori degli incontri che tanto hanno significato per lui, di servire quelle voci del passato sulla tavola del presente con immediatezza e partecipazione.

Ma alla fine, è sempre meglio aver amato, sofferto e perduto, che non aver amato affatto e a lui resteranno invece, se non altro, gli ingredienti e l’altruismo per un ghiottosissimo banchetto di storie e personaggi da servire ai suoi lettori.


Consigliato a chi è interessato a un’altra visione di Calcutta rispetto a quella della povertà, a chi vuole conoscere uno dei più gradi scrittori bengalesi, a chi ama una scrittura fresca e coinvolgente.


Mani Shankar Mukherj, meglio conosciuto come Sankar, è nato nel 1933.

E’ uno scrittore molto popolare che scrive in lingua bengalese, diventato famoso soprattutto per il film del 1968 tratto dal romanzo Hotel Calcutta, un vero film di culto in India.


Sankar, Hotel Calcutta, Neri Pozza 2010

(Edizione originale: Chowringhee, 1962)

Traduzione di Norman Gobetti dalla traduzione in inglese di Arunava Sinha

pp. 448, € 17,50