Ambientato a Mumbai, “Giochi sacri” racconta due storie che si intrecciano: quella di Sartaj Singh, un ispettore di polizia, e quella di Ganesh Gaitonde, un potente gangster della malavita.  

È un romanzo denso, contorto, pieno di digressioni, dettagli, suggestioni, intriso di parole in hindi e marathi, le lingue di Mumbai.

È un romanzo avvincente, dove l’ambientazione poliziesca è solo una scusa per portare il lettore in giro per Mumbai, a esplorare le mille sfaccettature della metropoli indiana, e dell’animo umano.

 


 

Giochi sacri è il racconto di due strade, quella del poliziotto e quella del gangster, che a un certo punto si incontrano, all’inizio del libro, e da lì partono due storie.

Una che si snoda nel passato, disumana e crudele, in prima persona, perché più che una storia è una confessione.

L’altra, invece, raccontata in terza persona, concreta e umana.

Da una parte abbiamo la storia di Sartaj Singh, ispettore di polizia di Mumbai, alla prese con i casi di ordinaria criminalità e con un caso più grande di lui: quello di un potente gangster della malavita.

Dall’altra la storia di Ganesh Gaitonde: la sua ascesa criminale, fatta di violenza e controllo del potere.

Due storie totalmente diverse. Che alla fine sono totalmente uguali, nel loro comune dimenarsi in quello sporco magma informe che è Mumbai, nell’affaccendarsi in questo disordine sacro che è l’esistenza, di cui pensiamo di avere controllo e di cui invece non capiamo niente.

Perché tutto alla fine fa parte di un gioco, è tutto un gioco (sacro).

È “lila”: il concetto induista secondo cui il mondo è un grande gioco divino e Sartaj e Gaitonde altro non sono che giocattoli degli dèi. Come tutti noi, d’altra parte.

Nonostante le occupazioni del due protagonisti, Giochi sacri non si può considerare un romanzo poliziesco. Ci sono indagini di polizia, storie di mafia e corruzione, complotti internazionali.

Ma non è un poliziesco: lo può leggere anche chi i polizieschi li odia.

Il fatto che i due protagonisti siano un boss della malavita e un poliziotto serve ad aprire delle porte, da cui altrimenti non potremmo entrare, verso pezzi di mondo che altrimenti non conosceremmo.

Come potremmo entrare dentro un carcere indiano, se non seguendo la vita di un criminale?

Come potremmo entrare dentro Bollywood senza seguirne i legami con la malavita, dentro la vita di Miss India senza seguirne i compromessi?

Come potremmo avere contatti sia con la classe media vestita in jeans alla moda sia con i bambini di strada se non tramite un’inchiesta di polizia? (Per poi scoprire che i due mondi non sono così distanti.)

Come verremmo a sapere della vita di una parrucchiera indiana se un poliziotto non la interrogasse per le sue indagini?

E come potremmo sapere come funzionano le elezioni a Mumbai, senza seguirne i meccanismi legati al potere delle bande criminali? (Non avrete pensato che fossero elezioni perfettamente democratiche, vero?)

Si potrebbe continuare all’infinito. Il libro è talmente denso di dettagli, situazioni, digressioni, che Sartaj e Gaitonde sono sì protagonisti, ma immersi in un mare di vita che scorre indipendentemente da loro, immersi in un mare di storie che, attraverso loro, arrivano finalmente alla nostra spiaggia.

Per poi sentirsi orfani una volta finito. Strano, poi, perché uno alla fine dovrebbe essere soddisfatto di essere arrivato alla fine di mille e passa pagine.

E invece… si sente triste. Proprio come alla fine di un viaggio in India.

Perché leggere Giochi sacri è come perdersi fra le strade di Mumbai: Vikram Chandra è riuscito a racchiudere l’anima vitale delle metropoli indiane, dove tutto è intrecciato in una gigantesca ragnatela che collega fra di loro mondi diversissimi.

È avvincente, ma anche esistenziale. È indiano, profondamente, ma anche universale.


Consigliato a chi ama le metropoli, a chi non si spaventa di fronte a parole in lingue sconosciute o a storie che forse non porteranno a niente… o forse no.

Consigliato anche a chi non ama i polizieschi, perché appunto poliziesco non è.


Vikram Chandra è nato a Delhi nel 1961 e oggi vive fra Mumbai e Berkley, dove insegna scrittura creativa.

Oltre a essere scrittore, è anche sceneggiatore e in passato ha lavorato come programmatore.

Ha scritto anche Amore e nostalgia a Bombay, Terra rossa e pioggia scrosciante e Geek sublime.


Vikram Chandra, Giochi sacri, Mondadori 2008

(Edizione originale: Sacred games, 2006)

Traduzione di Francesca Orsini

14 euro, 1184 pagg.

Per un altro libro su Mumbai, leggi anche: Maximum city di Suketu Mehta


Tratto dal blog Indian words – Leggere l’India