Qurratulain Hyder è riconosciuta come una delle più grandi scrittrici indiane del Novecento: “la Gran Dama della letteratura urdu”, spirito libero, anticonformista, cosmopolita, colta ed eclettica.

Scrisse “Fiume di fuoco” nel 1960 in lingua urdu e solo nel 1997 decise di tradurlo, lei stessa, in inglese.

Ma più che una traduzione fu una “transcreazione”, ovvero una completa reinvenzione di un nuovo romanzo in una nuova lingua: è infatti questo nuovo romanzo, “River of Fire”, ormai diventato quello “ufficiale”, a essere stato traghettato in italiano con la traduzione di Vincenzo Mingiardi.

E’ un libro complesso e ricchissimo di rimandi e riferimenti, ma allo stesso tempo molto piacevole, scritto con uno stile multiforme, pieno di grazia e ironia, in un continuo crescendo di ritmo, di personaggi, di storie, di complessità.


Fiume di fuoco è, almeno a prima vista o prima approssimazione, un romanzo sulla Storia.

La Storia che corre con il suo flusso incessante, inarrestabile, non lineare, fotografata in quattro episodi distinti e fra loro cronologicamente distanti.

A collegare un momento storico all’altro sono i nomi dei personaggi, che ricorrono nei vari episodi, senza che siano in realtà reincarnazioni di vite successive, né che ricordino in alcun modo quello che è successo nei secoli antecendenti. Ovvero senza il senno del poi, di cui il lettore è l’unico depositario.

Il primo dei quattro periodi è il quarto secolo avanti Cristo, in cui seguiamo un giovane “studente”, un brahmachari errante nei boschi fra privazioni fisiche e meditazione, nel periodo in cui il buddhismo conquistava pacificamente adepti nelle foreste e fra le famiglie reali dell’India.

Con un salto vertiginoso ci troviamo nel 1400 a seguire Kamal, un persiano approdato in India nel bel mezzo di un via vai di popoli in giro per il mondo da Cordova a Delhi, passando per Baghdad o La Mecca: un mondo fatto di carovane, eserciti e caravanserragli, sulle orme di dervisci erranti, guerrieri e monaci sufi, in un meraviglioso sincretismo di culture e di lingue, “una Torre di Babele e arca di Noè in un luogo solo”.

Con un altro salto passiamo poi all’Ottocento, quando il colonialismo britannico con tutte le sue contraddizioni arriva in India, quando tutto questo mondo magmatico e multiforme viene vivisezionato e ridotto all’ordine.

Fino a giungere, con l’ultimo episodio, agli anni tragici dell’indipendenza e della Partizione, dove quel meraviglioso mondo di sincretismo hindu-musulmano e di culture fra loro intrecciate e ormai indistinguibili, sarà definitivamente distrutto, tanto che anche le persone saranno “partitioned” e quindi fuori luogo sia in India sia in Pakistan.

Così deve essere stato per l’autrice, di famiglia musulmana, trasferitasi inizialmente in Pakistan dopo la Partizione e poi ritornata in India dopo qualche anno.

A vederlo più da vicino, possiamo forse dire che, più che un romanzo sulla Storia, Fiume di fuoco è un romanzo sul Tempo.

Sul Tempo che corre sotto la Storia, che la governa e la distrugge, perché la Storia è limitata, mentre il Tempo stesso per sua natura non si può circoscrivere, con il suo flusso e le sue correnti sotterranee, con i suoi gorghi e le sue esondazioni.

Non a caso il fiume dove inizialmente incontriamo lo studente errante segue, con curve geograficamente e temporalmente impossibili, alcuni dei personaggi, fino a che non ci si ritroverà fermi di fronte al suo scorrere, agghiacciante e silenzioso.

Scopriamo allora che ci si può bagnare per due, tre, quattro volte nello stesso fiume e capiamo così che se sicuramente c’è altro rispetto alla Storia, forse c’è Altro anche rispetto al Tempo, perché non tutto è solo una questione di storie, o una questione di tempo: alla fine tutti sognano e muoiono da soli, tutti bruciano nella corrente di quel fiume di fuoco.

E ben sappiamo che di noi resterà solo una foto di gruppo abbandonata in un rispostiglio, “in un meandro di oscurità del tempo”.

E allora questo, prima di tutto ma alla fine di tutto, è un romanzo sull’Eternità.

Non ci sono vecchi tempi o tempi moderni. Esiste solo l’Eternità… che pure è un istante fugace“.


Qurratulain Hyder (1926-2007) è considerata una delle più grandi scrittrici indiane del Novecento.

Carattere cosmopolita ed eclettico, la Hyder oltre alla letteratura si è dedicata alla musica classica indiana e alle arti figurative, e ha lavorato come giornalista, critica e autrice radiofonica.


Consigliato a chi ama i romanzi storici, a chi si vuole avvicinare alla vastità della storia indiana, a chi sa “sopportare” storie complesse e piene di riferimenti, e una prosa coinvolgente e poco lineare.


Qurratulain Hyder, Fiume di fuoco, Neri Pozza 2009

Edizione originale: River of fire, 1997

Traduzione di Vincenzo Mingiardi

592 pagg., 23 €