“Eredi della sconfitta”, il secondo romanzo della scrittice Kiran Desai, ha vinto il Booker Prize, il prestigioso premio letterario inglese, nel 2006.
 
La storia narrata è ambientata nel villaggio di Kalimpong sull’Himalaya, in cui si rispecchiano gli echi di un confuso mondo globale che porta il dolore, più che la speranza, di un malriuscito multiculturalismo denso di emarginazione e violenza.

La narrazione di Eredi della sconfitta è spesso spezzattata, con brevi flash-back, con avanti e indietro nel tempo, nei luoghi, nei personaggi.

Unisce il tutto una casa fatiscente e decadente (ambientazione che un po’ ricorda quella del romanzo Chiara luce del giorno della madre Anita Desai) immersa nella nebbia, nel fango e nell’umidità dell’Himalaya indiano al confine fra Buthan, Nepal, Tibet degli anni Ottanta, in cui convivono una giovane ragazza rimasta orfana, un giudice in pensione e un cuoco (e un cane).

Quello che li accomuna è proprio l’eredità della sconfitta, il destino di perdita, la mancanza di una identità precisa, identità definita solo in negativo: quello che non sono, quello che non vogliono.

Il cuoco, o meglio il tutto-fare della casa, perfetto nel suo ruolo di servitore, vive quasi unicamente per le lettere che riceve dal figlio emigrato negli Stati Uniti che gli assicura di essere diventato un manager di catene di ristoranti, ma in realtà gira i peggio ristoranti di New York come sguattero e lavapiatti.

Anche lui, con una identità non chiara di immigrato clandestino senza documenti né patria.

Sai, la giovane orfana appena uscita dal collegio delle suore dove ha imparato a parlare unicamente l’inglese, va a vivere con il nonno giudice, l’unica persona che le è rimasta al mondo.

Già alle prese con la perdita dei genitori, dovrà vedersela anche con un giovane tutore in bilico fra l’amore nei suo confronti e la lotta rivoluzionaria negli anni dell’insurgenza dei Gorkha, una popolazione che voleva instaurare uno stato indipendente di lingua nepalese.

Il giudice Patel, burbero e scorbutico, ha invece un passato fatto di solitudine durante gli studi a Cambridge, isolato perché indiano in Inghilterra, e un presente ancora più desolato, da anglofilo in India.

Vive estraniato da se stesso, quasi alla ricerca del distacco dai suoi simili che lo circondano, in fuga da ogni intimità o relazione umana.

Kiran Desai descrive bene il senso di spaesamento di questi indiani che indiani vorrebbero non essere e che nel loro tentare di essere americani o inglesi si ritrovano invece “indiani estraniati che vivono in India”.

Così come la descrizione della vita di immigrato clandestino negli Stati Uniti è molto coinvolgente.

Meno riuscita è forse la descrizione dei personaggi più poveri di Kalimpong e degli insorti, visti un po’ troppo come rivoluzionari ottusi e ignoranti. Ma nonostante questo il romanzo rimane toccante e profondo.


Consigliato a chi non si ritrova più in un mondo sempre più globalizzato, a chi è interessato alla vita (per niente idilliaca) sull’Himalaya.


Kiran Desai è nata e vissuta in India fino all’età di 14 anni, oggi abita negli Stati Uniti. E’ la figlia della scrittrice indiana Anita Desai.

Ha scritto anche La mia nuova vita sugli alberi.


Kiran Desai, Eredi della sconfitta, Adelphi, 2007

(Edizione originale: The inheritance of loss, 2006)

Traduzione di Giuseppina Oneto

pp. 391, € 19,50

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