In questo reportage, Rana Dasgupta racconta il cambiamento della capitale indiana dopo le liberalizzazioni del 1991 promosse dall’allora Ministro delle Finanze Manmohan Singh, che hanno trasformato l’economia della città, e di tutta l’India, da un modello chiuso e di ispirazione socialista a uno neoliberista aperto agli investimenti stranieri.

Questa transizione economica e politica ha segnato un cambiamento dei modi di vita, dell’urbanistica e degli spazi fisici della città, dell’intera società, ma anche un cambiamento spirituale, profondo e irreversibile, dei suoi abitanti.

Per raccontare questo cambiamento, Dasgupta utilizza molte interviste in prima persona, che accosta alle sue esperienze urbane in giro per Delhi e a considerazioni storico-sociali.


“La nostra città è fatta di aggressività, rabbia, disuguaglianza, corruzione ed egoismo. Di consumismo e di centri commerciali.”

Secondo l’autore di questo reportage, Delhi è la città che in India ha subìto il cambiamento maggiore in seguito alla liberalizzazione dell’economia indiana degli anni Novanta.

Un po’ per la sua storia passata, fatta di continue distruzioni che nei secoli hanno lasciato la città orfana e senza punti di riferimento, senza il conforto materno della storia e delle tradizioni.

Un po’ perché Delhi è la città della politica e quindi della corruzione, dell’arricchimento spietato e delle disuguaglianze.

In un primo momento, Rana Dasgupta ci parla del nuovo modello americano del mondo del lavoro basato sulla corporation, che arrivando in India si è sostituita allo Stato nella fornitura dei servizi essenziali.

La corporation ti dà lavoro, acqua potabile ed elettricità, ma anche nuovi valori in grado di mettere in discussione i rapporti in famiglia e nella società.

Ma il cuore del libro è rappresentato dalle interviste ai rappresentanti della classe media imprenditrice che ha beneficiato del flusso di denaro senza fine, detentori dell’arricchimento e della decadenza morale della città.

Molti di loro sono originari del Punjab arrivati a Delhi dopo la Partizione: “un’invasione”, secondo alcuni abitanti della capitale, che ha distrutto la precedente cultura piena di raffinatezza, soppiantandola con chiassosità e volgarità.

Questi imprenditori incarnano un’etica del lavoro decisamente feudale e basata sulla famiglia, ma soprattutto virile, guerriera e maschilista. Delhi appare una città decisamente maschile e non a caso è anche definita “la capitale dello stupro”.

Ma forse quello che più rende Delhi una città disumana è il fatto che “le moltitudini che la compongono non trasmettono nessun ethos metropolitano. Delhi non ha nulla di urbano“.

Delhi è una città fatta di traffico, cavalcavia e SUV fermi in coda, dove l’iniezione di denaro non ha fatto sviluppare un capitalismo “sano”, ma ha consolidato una struttura sociale di tipo feudale, in cui manca completamente il senso della comunità.

I ricchi di Delhi si sono trasferiti nelle loro tranquille case fuori città, lussuosissimi feudi privati, senza un vero legame territoriale con la città.

Questo libro tratta solo di una delle anime della città, quella della classe più ricca. C’è un capitolo dedicato ai “poveri”, arrivati da fuori per garantire la manodopera a basso costo di cui Delhi ha avidamente bisogno e continuamente spostati da una baraccopoli a una discarica per far spazio a nuovi agglomerati urbani.

Ma in questo libro i poveri rimangono al margine, esattamente come succede nella vita delle classi più agiate, che si accorgono della loro esistenza solo per lamentarsi dei propri domestici.

È vero che per l’autore la classe imprenditoriale è il modello dello sviluppo di Delhi, e dell’intera India urbana, in grado di trascinare l’intera società, ma è pur sempre una piccola minoranza dei 17 milioni di abitanti della capitale.

Non tutte le analisi sociopolitiche e antropologiche di Rasgupta sono completamente convincenti, come per esempio quella della “mascolinità” della città: anche il resto della società indiana tradizionale, non ancora toccato dalle liberalizzazioni, rimane fortemente maschilista.

Sono invece le interviste degli abitanti di Delhi l’aspetto più interessante di questo libro, che gli conferiscono un’anima autentica e una voce originale.

La conclusione, poi, è terrificante.

Dasgupta afferma, suo malgrado, che è Delhi l’inevitabile modello globale di città del 21esimo secolo: non New York o Londra, ma neanche Mumbai.

C’è da chiedersi: ma davvero Delhi è così assolutamente senza speranza?
E se anche lo fosse, davvero è il paradigma per il mondo intero?


Consigliato a chi vuole visitare Delhi, a chi è interessato al cambiamento che sta avvenendo in India negli ultimi anni.


Rana Dasgupta, autore di due romanzi (Solo e Tokyo Cancelled), è nato in Inghilterra nel 1971, è di origine indiane e si è trasferito a Delhi nel 2000.


Rana Dasgupta, Delhi, Feltrinelli 2015

(Edizione originale: Capital: a portrait of a twenty-first century Delhi, 2015)

Traduzione di Silvia Rota Sperti

464 pagg., 25,00 €

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Tratto dal blog Indian words – Leggere l’India