Scritto negli anni Trenta da Ahmed Ali, madrelingua urdu, in inglese perché potesse essere letto al di fuori dell’India, “Crepuscolo a Delhi” descrive la vita della capitale indiana nel 1911, attraverso la storia di una famiglia musulmana, cogliendo la decadenza di un mondo arretrato e magico destinato a scomparire.

Questo romanzo malinconico e sognante ha anche un significato politico, nel contesto di ricerca di un’identità da parte degli scrittori progressisti (gruppo di cui l’autore faceva parte), nel bel mezzo della dominazione coloniale britannica, fra opposizione agli inglesi e ricerca di una nuova modernità in grado di portare un cambiamento sociale in India.


Crepuscolo a Delhi visse, come il suo autore, una vita da esule. Appena pubblicato, paradossalmente fu considerato sovversivo in Inghilterra e reazionario dagli scrittori indiani: da una parte, troppo critico nei confronti dell’impero inglese, dall’altra troppo indulgente verso quel mondo arretrato e classista contro cui gli scrittori progressisti si battevano.

Nonostante il successo ottenuto dopo la pubblicazione, la storia di Crepuscolo a Delhi dopo l’indipendenza dagli inglesi si divide fra la censura indiana e quella pakistana: un romanzo che parla della Delhi musulmana è poco gradito dall’una e dall’altra parte del confine.

Ma la di là delle considerazioni storiche e politiche che sono alla base della nascita di questo romanzo, oggi possiamo leggerlo come un inno alla poesia di una città che sta lentamente sfiorendo.

Perché la Delhi di questo romanzo non è solo fatta di strade, vicoli, moschee, muri, case. È fatta soprattutto di notti stellate, dove le stelle sembrano danzare sulla volta celeste, di aquiloni e piccioni ammaestrati, che di giorno danzano e combattono nello stesso cielo. È fatta di canali di scolo, di fetori umidi, di rifiuti ammonticchiati per le strade.

È fatta di donne che ricamano abiti nuziali, ben nascoste dalla vista degli uomini, di matrimoni celebrati secondo le tradizioni e di spose con le lacrime agli occhi nascoste dietro a un velo.

È fatta di gatti che miagolano per le strade, di sabbiose folate di vento, di caldo torrido e opprimente. Di credenze popolari, di metodi miracolosi, erbe e intrugli per far guarire i malati, di jinn, gli spiriti invisibili che ogni tanto fanno capolino nella vita degli uomini.

È fatta di musica, quella degli azaan, i richiami alla preghiera dai minareti delle moschee, quella delle litanie cantate dai mendicanti per le strade, quella delle poesie che accompagnano la vita quotidiana. Di discussioni sugli esperimenti di alchimia e di diatribe su chi sia il migliore poeta urdu.

È la vecchia Delhi del 1911, che sta stancamente vivendo il suo crepuscolo, per giungere in fine alla notte di questo mondo arretrato e poetico, a una notte “che ricopre gli imperi del mondo con il suo manto di tenebra e desolazione”.

È una Delhi molto diversa da quella odierna: è una Delhi ancora memore della grandezza moghul, ma vittima dello scorrere della storia, con il dominio inglese e l’arrivo di una nuova “modernità”. È dolce e doloroso, per chi legge, assaporarne la decadenza.

Eppure quello scorrere della storia rimane sullo sfondo, si insinua in modo sottile e impalpabile nella famiglia di Mir Nihal, che abbandona i suoi piccioni ammaestrati, che acconsente che il sangue della sua famiglia venga contaminato dal matrimonio del figlio, che assiste alla sfilata per l’incoronazione del viceré straniero senza più ribellione e dignità, che pian piano declina anche fisicamente, come tutto il suo mondo, vittima del Tempo e del Fato.


Consigliato a chi ama la poesia, la letteratura, la storia silenziosa che si infiltra nei muri delle case della gente, a chi vuole visitare Delhi e ripercorrere la sua storia, a chi vuole scoprire il mondo poco conosciuto dei musulmani indiani.

Ahmed Ali (1910-1994) fondò nel 1932 l’All India Progressive Writers’s Movement insieme ad altri scrittori. Il movimento si proponeva di occuparsi delle questioni fondamentali (fame, povertà, arretratezza) per promuovere la trasformazione sociale di cui l’India aveva bisogno.
Nel 1947, quando arrivò l’indipendenza e il subcontinente fu diviso in due, Ahmed Ali si trovava in Cina e gli fu negato il ritorno in patria, in quanto musulmano. Visse da esule in Pakistan per il resto della sua vita.

Ahmed Ali, Crepuscolo a Delhi, Neri Pozza 2004

(Edizione originale: Twilight in Delhi, 1940)

Traduzione di Vincenzo Mingiardi

336 pagg., 16,00 €

Per una immagine di Delhi totalmente diversa, ecco un altro consiglio di lettura: Delhi di Rana Dasgupta


Tratto dal blog Indian words – Leggere l’India