La vita è ovunque, in India.

Nelle baraccopoli, che fanno “ciao ciao” con la mano quando ci si passa accanto in treno.

Nel monsone, che ci spia dal balcone.

Nel cielo, che si trucca con bacche e cardamomo.

Tutto è vivo. Non si capisce se sia la natura a imitare l’uomo o viceversa, ma forse questa distinzione non ha senso: tutto è metamorfosi, ogni parola è una metafora.

E Bombay, di questa India, ne è l’anima: una città ammaliante e crudele.

Una città di sigarette, corvi, cemento, mendicanti, clacson, fantasmi, dove ci si smarrisce in un tramonto color zucca e ci si ritrova in un urlo di maledizione. 

Questa Bombay, con il vecchio nome, è il cuore delle poesie indiane di Clara Nubile, scrittice e traduttrice che vive fra l’Italia e l’India.

La sua raccolta  Squame contiene poesie di ispirazione sia indiana sia salentina (e i due mondo non sono poi così diversi). 

Vi proponiamo una delle sue poesie indiane.

Il suo sito internet è: Clara Nubile


 

Bombay

 

Bombay era un terrazzo

spiritato.

Le sigarette spente, le tazze di chai, i corvi,

gli operai oscuri che si arrampicavano su telai

di bambù

e imitavano la perfezione delle scimmie,

mentre il vento – o eravamo noi? – ululava.

Il sole si sconquassava fra i tetti di eternit

e gli alberghi a ***** stelle.

 

Le nostre bambine con i sandali spaiati,

violentate dagli dèi azzurri,

si fermavano agli incroci

a mani nude, scorticate di sogni,

chiedevano la pietà, o le cinque rupie scintillanti,

oro o zecche.

 

Bombay era il terrazzo

su cui attendevamo l’ora color zucca,

sfogliavamo i taccuini, cancellavamo gli indirizzi, pregavamo i pappagallini verdi e i seduttori olandesi di passaggio

e lasciavamo squillare il cielo

stranito

su di noi.

 

(Clara Nubile, Squame, Lieto Colle 2014)

 

Per altre poesie sull’India, leggi anche: La Dea Bianca della Poesia


Foto di Dinodia Photos