Articolo in 2 minuti – Se chiedete a un indiano quanti dèi ci sono in India, probabilmente e con un certo orgoglio, risponderà: 33 milioni!

Quelli più famosi sono Shiva il distruttore, Vishnu il conservatore, Brahma il creatore; la terribile Kali, con la sua collana di teschi umani, Krishna e Ganesh, il simpatico dio dalla testa di elefante. Ebbene, costoro non sono sempre esistiti in India: al tempo degli Arii, infatti, nel 1500 a.C. circa, c’erano altre divinità, gli “dèi vedici” di cui si parlava nei Veda, i testi di inni e lodi agli dèi.

Col passare del tempo, queste divinità mutarono forma, alcune scomparvero e, nei secoli a cavallo dell’era cristiana, si affermarono le divinità che meglio conosciamo.

Per narrare le loro storie vennero composti i Purana, storie antiche, compendi aggiornatissimi di “gossip”, aneddoti, storie e canti per la divinità a cui sono dedicati. Fu proprio in quei secoli che nacque l’induismo “classico” più o meno così come lo conosciamo adesso. Ma cos’è l’induismo?

Questa parola venne coniata nell’Ottocento ed è una parola-contenitore: al suo interno ci sono correnti teistiche, atee, monoteistiche e altre che invece riconoscono 33 milioni di dèi.

 


 

Per approfondire – Gli Arii, una popolazione indo-europea, arrivarono in India dall’Asia Centrale.  C’è ancora un grosso dibattito in corso sul loro arrivo: è stata un’invasione? Ci fu uno scontro fra le tribù degli Arii con le civiltà di Harappa e di Mohenjo-Daro, che al tempo si trovavano nell’India del nord-ovest (attuale Pakistan)?

La maggior parte degli studiosi, a oggi, propendono per un’altra ipotesi ancora, ossia che si sia trattato di un fatto principalmente pacifico, considerando anche che le civiltà di Harappa e Mohenjo-Daro erano già declinate sensibilmente.

Quando gli Arii arrivarono in India, portarono con sé le loro divinità, molte delle quali legate a eventi naturali: il sole, la folgore, il vento, il fuoco, l’aurora.

A loro sono dedicati i Veda, vasto corpus di testi scritti in sanscrito vedico, venerato (non da tutti gli hindu però) come rivelazione e fonte del dharma (la legge universale). A questi dèi venivano offerti sacrifici il cui scopo era mantenere l’ordine cosmico, alcuni dei quali vengono tutt’ora compiuti in modo identico a duemila anni fa.

Nel corso dei secoli, anche attraverso l’interazione fra le popolazioni locali, cominciarono a nascere nuove divinità, mentre quelle vecchie venivano lentamente abbandonate.

Nei secoli a cavallo dell’era cristiana, soprattutto nel periodo Gupta (IV-VI secolo d. C. circa), si formarono i Purana, raccolte di tradizioni orali trascritte, che si concentrarono principalmente in tre correnti: shivaita, che venera come dio supremo Shiva; vishnuita, il cui dio supremo è Vishnu; shakta, la cui dea suprema è Devi o Maha Devi, detta anche semplicemente shakti, il potere o energia femminile dell’universo.

Quest’ultima corrente è assai meno definita delle altre due: quasi tutti gli hindu sono in qualche modo devoti della shakti, soprattutto nei villaggi; inoltre sia la corrente shivaita che vishnuita hanno incorporato al loro interno la figura della Dèa, sotto forma delle varie consorti o energie creatrici.

A tutto ciò, rivisto e ripensato, nel XIX secolo venne dato il nome di “induismo”.

Questa parola però non è corretta, in quanto adatta alla realtà religiosa indiana un termine coniato sul tipo di “cristianesimo”, “ebraismo”, “islamismo”, rendendo così l’idea di un qualcosa di monolitico, sostanzialmente uniforme.

La realtà indiana è completamente differente.

“Induismo” è infatti una parola-contenitore: al suo interno troviamo correnti materialistiche e atee, come la corrente filosofica del Samkhya; correnti devozionali, come la cosiddetta bhakti, dove dio è vissuto come personale e l’uomo vi si affida completamente.

Ancora, all’interno del Vedanta (corrente filosofica importantissima, ideologia portante del Rinascimento hindu del XIX secolo), vi è l’Advaita Vedanta, caratterizzato da un monismo assoluto, dove la liberazione avviene quando si comprende che l’anima particolare, atman, è identica al Brahman universale, e lo Dvaita Vedanta, dualista, che invece sottolinea l’eterna distinzione fra questi due stessi principi.

“Induismo”, quindi, è una parola riduttiva e ogni volta che lo si usa bisogna tenere ben presente le sue molteplici sfaccettature.

In effetti, a un turista che si affaccia per la prima volta in India, la quantità di dèi, dee, esseri magici e divini sembrerà perlomeno spiazzante: se a questo si aggiunge che ogni dio può essere chiamato in una decina di modi diversi, se non si raggiungono i 33 milioni poco ci manca!

In realtà, insieme a innumerevoli dèi locali, quelli principali possono, per così dire, essere ridotti a un numero ragionevole, tra i quali spiccano di certo Shiva, Vishnu, Krishna, Durga/Kali e Ganesh.

Shiva, parte della trinità indù, è il dio della distruzione, e in lui sono confluite tutte quelle tendenze ascetiche, di rinuncia e “anti-sociali” che alcuni studiosi ascrivono al sostrato non vedico (leggi: non ario) trovando così la loro normalizzazione. La sua consorte è Parvati e la sua cavalcatura il toro Nandi.

Vishnu, il conservatore, è famoso per i suoi avatara, “incarnazioni”, attraverso i quali agisce nel mondo per conservarlo, e grazie ai quali sono stati assimilati culti e credenze non vishnuite, come dimostra il caso di Krishna.

Probabilmente, all’origine Krishna era un dio tribale (il suo nome significa “lo scuro”), assimilato come avatara di Vishnu e poi divenuto un dio centrale della bhakti, o corrente devozionale indiana, attraverso la Bhagavad-Gita (che ha avuto un successo incredibile negli ultimi due secoli).

Per approfondire sulla figura di Krishna, leggi anche: Torri umane per il compleanno di Krishna

Per quel che riguarda invece la potenza femminile, shakti, questa può avere il nome di Kali, quando è furiosa e tremenda, oppure di Durga, quando uccide il demone Mahisha, che non poteva essere ucciso da nessun uomo.

Le religioni indiane, al plurale, sono un mondo affascinante dalle migliaia di sfumature, dove quasi ogni cosa e il suo opposto convivono come parte del tutto.

Come disse una cara amica di Calcutta, sistemando in camera una statuetta di Buddha accanto a una di Shiva e alla Madonna: “Il bello dell’India è che ti puoi scegliere la divinità che più ti piace: meglio un dio in più che uno in meno, no?”

 

Vishnu Avatara

Vishnu Avatara

 


 

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Immagine 1 tratta da mesosyn.com/hindu